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Pubblicato : 26-10-2011 | Autore : marco.1956
Categoria : Tradimenti | Totale Visualizzazioni : 2007 | Votazione :


  
marco.1956
incesto

Finito di lavarsi Francesco volle assolutamente andarsene preoccupato più della madre che del datore di lavoro, non riuscii a trattenerlo e mi promise che sarebbe tornato forse nel pomeriggio. Invece non venne ma telefonò per dirmi che al laboratorio aveva trovato tante richieste di intervento che gli rendevano difficile tornare da me. Protestai temendo che ci fossero altre ragioni; tornai di malumore alle mie faccende, mi consolava il fatto che, essendo tornato quel cornuto di mio marito, non avrei potuto fare proprio niente.
Mi rimase però la nostalgia di quelle bellissime esperienze della mattina che mi avevano ridato vigore e fiducia nel mio corpo, nelle mie capacità di seduzione e nella mia vita futura. Solo un cruccio mi rodeva dentro: quel suo accennare a un complicato rapporto con la madre di cui parlava forse con terrore o fastidio; non sapevo cosa pensare. Sapevo solo che un paio d'anni fa era morto improvvisamente il padre di Francesco e questa doveva essere la causa del problema. Più ci pensavo e più mi convincevo che avrei dovuto parlarne con lui, per aiutarlo o liberarlo.
L'indomani mi chiamò al telefono e mi comunicò che, se ero disponibile, sarebbe venuto verso mezzogiorno; ne fui felice e dissi che l'avrei aspettato perchè ero sola e libera. Non potevo essere più esplicita di così o forse più puttana. Indossai nell'attesa una mini audace con uno spacco posteriore altrettanto audace, una t-shirt attillatissima e scollata sulle tette libere e nude. Non indossai nessun tipo di slip:ormai recitavo bene il ruolo con cui Francesco mi chiamava durante gli orgasmi. Ero proprio la sua puttana ! 
Bussò puntuale alla porta, poggiò a terra la borsa degli attrezzi e si avviò verso la lavatrice, lo seguii ma lo rimproverai per l'assenza di un saluto cordiale o affettuoso; si scusò dicendomi che per lui ero sempre una signora e una cliente.
Mi sorprese questo suo sdoppiamento di personalità e lo trovai strano. Per la verità mi sembrò anche un pò mogio e sovrappensiero.
Ne approfittai per chiedergli come andava con sua madre e mi parve di avergli dato la possibilità di sfogarsi: si aprì come un fiume in piena, ne aveva proprio bisogno.
Confessò che dalla morte di suo padre per un  incidente stradale non si era più ripresa; pianse per mesi, rifiutava di mangiare se non il minimo per non morire. Si lamentava sempre per la sua assenza anche se dovuta a ragioni di lavoro. Era gelosa di qualunque cosa dicesse o facesse.
Durante le notti spesso fu svegliato dal suo pianto e qualche mese dopo la tragedia pretese che il figlio dormisse con lei nel letto matrimoniale.
L'ascoltavo con attenzione prevedendo dentro di me cosa stava per accadere tra di loro.
"Diventava ogni giorno più ossessiva, confessva Francesco, mi baciava quando uscivo e al rientro; riprese però la voglia di cucinare e di badare alla casa, era piena di attenzioni verso di me. La sera andava a letto presto e prese l'abitudine, nuova per lei, di leggere romanzi femminili d'amore. Mi chiamava per sollecitarmi a venire a letto mentre guardavo la tv o navigavo su Internet.
Spesso la trovavo che leggeva, indossava corte camicie da notte che mostravano ampia parte delle sue gambe che erano ancora belle. Qualche volta ritardavo a coricarmi, specie quando navigavo sui siti per adulti e la trovavo già addormentata. Nella difficoltà di addormentarmi mi  capitò di sentirla smaniare nel sonno, di sentirla invocare il nome di mio padre. Altre volte si toccava con la mano sull'inguine e si carezzava a lungo mugolando e dicendo parole incomprensibili, ma che facevano facilmente pensare alla goduria di un sesso sognato."
Lo interruppi, più incuriosita che sorpresa, per chiedergli come aveva reagito a quelle manifestazioni e confessò vergognandosi di essersi eccitato moltissimo e qualche volta aveva anche ceduto alla tentazione di farsi una sega.
"La storia si è ripetuta fino ad ora, disse rassegnato Francesco. Solo che ora si è fatta più esplicita e difficle da nascondere: prima di addormentarsi mi riempie di baci, di carezze, si struscia su di me e con il ginocchio sale lungo le mie gambe; forse non si accorge della mia eccitazione, o forse sì, ma è lo stesso una gran sofferenza. La prego di smettere, si mette il broncio, mi accusa di non volerle più bene e riprende come prima e più di prima. Pe rme è diventata proprio una tortura, non so se resisterò."
Avevo ascoltato con attenzione e anche un pò di eccitazione: il carattere morboso di quelle attenzioni della madre me la faceva invidiare.
Indecisa su cosa dirgli stavo davanti a lui che in ginocchio aveva iniziato a lavorare, gli porgevo qualche attrezzo e non disdegnavo di provocarlo, abbassandomi verso di lui che intravide sicuramente l'assenza dello slip. Mi guardò sornione e disse: andiamo sul sicuro indicando la mia patatina.
Lo rimproverai perchè il giorno prima non aveva degnato nè di uno sguardo nè di attenzioni la patatina; senza alzarsi dalla sua posizione in ginocchio, mi carezzò le cosce, sbottonò la mini che scivolò dolcemente a terra: la mia intimità gli si parava nettamente sul viso. Guardò ammirato come se non ne avesse mai vista una: baciò le cosce, l'inguine, le labbra esterne. Poi allargò le mie cosce introducendo la testa, leccò la fica, la penetrò con le dita, ne raccolse l'umore che gà colava abbondante anche per il racconto su sua madre. Ammirò le dita umide e le succhiò golosamente, poi riprese ad esplorare la fica con lingua che si agitava esperta tra le piccole labbra, il clitoride e la vagina; per lunghi minuti restava a stuzzicare ed eccitare i miei sensi, mugolavo di piacere e le gambe mi tremavano. Ogni tanto incurante della mia piacevole sofferenza riposava la lingua e introduceva il suo lungo naso aquilino quasi per odorare le mie intimità. Ne usciva col naso lucido dei miei umori: si estasiava e mi estasiava; in preda già ad un forte orgasmo lo implorai di scoparmi.
Si alzò, mi prese tra le braccia e mi posò sul letto matrimoniale; mi chiese a sorpresa da quale parte dormiva mio marito, la scelse come luogo della battaglia che si preparava a vincere. Riprese meticolosamente l'esplorazione della vagina, mi costrinse a gridare di piacere che non riuscivo a tenere a freno, lo strinsi forte alla mia fica con le cosce attorno ai suoi fianchi, carezzai le sue spalle, il torace i capezzoli che parvero indurirsi e aumentare di volume; si decise finalmente ad avvicinarsi, si preparava a montarmi ma volli prima toccare con le mani quel magnifico attrezzo che aveva tra le gambe. Sembrava un alieno: alla magrezza eccessiva del corpo corrispondevano una notevole forza muscolare e soprattutto per la mia goduria un cazzone sproporzionato per grandezza e lunghezza. Facevo fatica a tenerlo tutto in una mano e me lo godevo stringendolo quando lui  mi scosse dall'estasi e mi disse: "quand'è che mi farai entrare ?". Appena lasciata la presa d'un sol colpo mi ferì, penetrò rapidamente dentro una fica allagata di piacere.
Agitava in modo ondulatorio il bacino carezzando alternativamente con il suo gigantesco glande le pareti laterali della vagina, affondava a sorpresa la sua cappella con colpi decisi e violenti sul fondo dell'utero; sembrava quasi dalla violenza dei colpi uno stupro, una violenza sul mio corpo. Era invece una splendida scopata come mai ne avevo vissute e sembrava che anche per lui c'era una rabbia e una fame insoddisfatta. Riprese ancora con forza con colpi decisi e violenti, tirava indietro il suo cazzone e lo lasciava navigare sul clitorde che, gonfio di piacere moltiplicava i miei orgasmi che accompagnavano i suoi gemiti. Puntò le braccia sul materazzo, strinse le sue gambe allargando ancora di più le mie assestò ancora altri dieci, venti colpi violenti finchè, rosso in viso e stravolto negli occhi gridò:"prendi questo cazzone che è solo tuo, MARIA, e goditelo". Il suo glande ebbe un ultimo sussulto, si gonfiò, e invase con un torrente di caldissima sborra la fica che lo accolse felice, mentre in preda a rapide convulsioni lo coprivo di baci, di leccate stringendolo a me con le cosce.
Quando si staccò da me, un caldo ruscello di sborra, mia e sua, invase il letto, macchiò tutto quello che c'era da macchiare.
Mi baciò dolcemente sulla bocca e mi sussurrò grazie per la grandissima gioia provata e per la liberazione che avevo dato al suo splendido uccello.
"Sono io che devo ringraziarti, gli dissi, ma Maria non è il mio nome; se è quello di tua madre, credo che devo dividere la gioia con lei perchè ormai è certo che tu la desideri molyto più di quanto pensi."
Rimase in silenzio e con gli occhi bassi, poi li alzò e guardandomi teneramente, mi disse: "aiutami "!         



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