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Vivo in una grande città; a 41 anni sono single per scelta mia o degli altri, come dicono invece le mie amiche. Non sono nè affascinante nè carina. Ho il naso aquilino, troppo maschile e pronunciato. A 30 anni, raggiunta l'indipendenza economica con un lavoro stabile e ben pagato, andai a vivere da sola e lontano dai miei, troppo possessivi e gelosi.
Gli uomini mi hanno sempre evitato e qualche rapporto che pure ho avuto non è mai durato più di 3/4 mesi; nessun rimpianto, nè sofferenza: segno che nessuno si legava a me, nè io mi sentivo particolarmente legata.
Nella nuova città ho cercato di rimediare alla difficoltà di rapporti con l'altro sesso cercando di ricostruire meglio la mia figura di donna. Sono alta 1,70, capelle neri, occhi scuri e labbra forse troppo pronunciate. Il sedere è discretamente vistoso, ma il seno è molto piccolo. Decisi perciò di cominciare a rimediare con palestra e footing: mi diedero più muscolarità a cosce e glutei; ma il seno, quasi impercettibile, era il mio dramma. A fatica mi convinsi che l'unico rimedio era il silicone. Mi affidai ad un chirurgo che garantiva qualità e successo: mi dotò di tette di una terza abbondante che ebbero l'effetto di esaltare anche i capezzoli. Ridussi anche il difetto del naso. Migliorai l'abbigliamento e il trucco, ma nell'ambiente di lavoro sospettarono interventi straordinari e cambiai quartiere e sede di lavoro: nuovi colleghi e nuovi vicini mi avrebbero aperto migliori prospettive.
Scoprii così che i colleghi cominciavano ad interessarsi alla mia persona e facevano complimenti carini, qualcuno anche osè; ma diffidavo di loro perchè volevano solo divertirsi con me come fossi un giocattolo.
Frequentavo un piccolo supermercato del quartiere; erano tutti gentili con me. Cercai di aprirmi scambiando qualche parola e confidando qualche particolare della mia vita: che vivevo da sola, che lavoravo ed ero single. Mi piacevano in particolare due ragazzi che sistemavano la merce ed erano addetti anche alle consegne a domicilio: erano alti e muscolosi, poco più che ventenni entrambi e qualche volta li ho sorpresi che ammiravano il mio sedere o le tette, ma avevo fatto finta di non accorgermene.
Non riuscivo a trovare il modo di avvicinarli o sedurli; inoltre sono sempre stata timida.
Mi venne un'idea: m'inventai una grave slogatura che mi impediva di recarmi al supermercato. Dopo qualche giorno che mancavo al supermercato, telefonai e, accennando al mio falso problema fisico, ordinai della merce e pregai che me la consegnassero a casa. Diedi precise indicazioni sull'indirizzo e mi assicurarono che sarebbe venuto il ragazzo verso l'orario di chiusura, le venti.
Mi preparai avvolgendo con una garza vistosa la caviglia sinistra e mi sedetti sul divano a vedere la TV, ma soprattutto presi tra le mani un libro che illustrava e spiegava il Kamasutra. Via via che sfogliavo quelle pagine, cresceva la mia ansia e la mia eccitazione. Per facilitare l'operazione indossai solo una vestaglia che strinsi forte sulla vita per esaltare fianchi e glutei, tolsi il reggiseno e la canotta, solo un tanga striminzito, bianco e traforato, che lasciava vedere la peluria della mia gattina.
Non ero sicura di riuscire a sedurlo, chiunque dei due fosse venuto e non ero neppure certa di volerlo: temevo di essere giudicata male e di espormi al rischio di una brutta fama. Però non potevo continuare ad essere una zitella sola.
Bussò al citofono verso le venti e nell'attesa che l'ascensore lo portasse da me bevvi d'un sorso un pò di brandy per prendere coraggio.
Davanti alla porta comparve Giulio, il più bello dei due: moro, grandi occhi scuri, spalle larghe e palestrato, alto 1,80 e un bel sorriso su labbra carnose e denti candidi. Aprendo zoppicai vistosamente per indurlo a pietà e gli chiesi di aiutarmi a sistemare la merce. Fu molto gentile, mostrò compassione e fu disponibilissimo; seguì le mie indicazioni e pazientemente sistemò la merce. Io lo seguivo con finta fatica nei suoi spostamenti, gli stavo sopra e qualche volta mi appoggiavo a lui. Mi tenne qualche volta per un braccio; stavamo quasi per finire quando disperata mi lasciai cadere a terra quasi incapace di reggermi. La vestaglia si aprì o la lasciai aprire e, cadendo mostrai cosce e mutandine e tette, in pratica quasi nuda.
Finsi un aggravarsi del dolore alla caviglia e non mi curai di coprire la mia nudità.
Si chinò su di me e osservò da vicino la caviglia e tentò di toccarla; lo trattenni per la mano per paura del dolore, finto.
Si scusò e il suo sguardo si posò sulle cosce e una furtiva e timida occhiata la lanciò sul tanga.
Finsi di non accorgermene, continuando a fare smorfie di dolore. Mi chiese comne poteva aiutarmi ad alzarmi; confessai che non riuscivo a poggiare il piede sinistro a terra. Mi propose di prendermi tra le braccia e distendermi a letto. Lo supplicai di no, perchè temevo che si facesse male, ma confessai anche che non ce la facevo più.
Avevo lanciato il mio messaggio e Giulio ci cascò: mi prese con le sue forti braccia, mi sollevò di peso, volle che gli indicassi la camera da letto dove entrò con la poca luce che veniva dall'ingresso e dalla cucina.
Proprio vicino al letto inciampò su un tappeto e cadde su di me ; ebbe solo tempo di lasciarmi cadere sul letto e lui sopra di me. Finsi di avere avuto paura e mi strinsi a lui; mi ero già accorta quando mi aveva sollevato da terra che aveva un bel pacco sulla patta dei pantaloni: ora lo sentivo forte e duro sopra il mio corpo. Sbarrai gli occhi quasi avessi paura e sgomento; la sua ecciatazione subì una svolta improvvisa e imprevedibile.
Abbassò il suo volto sul mio, mi baciò sulla bocca e mi apostrofò in tono istintivo: "sei proprio troppo bella e troppo bbona, ti voglio, non me ne andrò se non ti scopo per bene, ma non ti farò male", aggiunse per non spaventarmi.
"Che fai ?" gli dissi sorpresa, ma non tanto, cercando di respingerlo debolmente, ma il mio corpo lo cercava con mosse solo apparentemente ostili.
Giulio invece andava avanti, preso da una irrefrenabile voglia di prendermi; mi allargò la vestaglia sul seno, si avventò con la bocca avida sulle tette che succhiò con forza, finsi di piangere per il dolore, ma i miei blandi rifiuti ottenevano il risultato che volevo: accrescevano la sua voglia.
"Ti voglio scopare -mi gridò in faccia- ti desidero da quando vieni al supermercato, sei la più bbona !", lo diceva con rabbia sbavando di desiderio dalle labbra. Non mi aveva mai dato del tu e mi aveva messo alla vetta della classifica delle clienti del supermercato !
Riprese a baciarmi sulla bocca, serrai le labbra più per provocarlo che per oppormi alla sua lingua che mi forzò e penetrò nella bocca e trovò la mia lingua. Rimasi immobile e lo supplicai di smettere e di avere pietà di me che ero sola e indifesa. Era come provocarlo di più: infatti, sempre premendo su di me, sentivo il peso del suo cazzo sul ventre, allontanò la vestaglia dal mio corpo, si chinò sulle tette e poi più giù, giù sulla pancia a baciare e leccare.
Staccò il tanga con furia, sentii lo strappo del tessuto o dell'elastico; appoggiato sul suo gomito destro, con la sinistra calò lo zip dei pantaloni e tirò fuori il cazzo: era enorme ! Si fece largo tra le mie cosce con volgare rapidità, si preoccupò solo di evitare la caviglia "malata". Mi chiese se mi faceva male al piede; non risposi, tenevo gli occhi chiusi e gli sussurrai solo in modo sensuale "sei un violento, stai approfittando della mia debolezza".
Tacque, mi baciò sulla fica e la leccò con foga, quasi avesse fretta di concludere uno stupro, una violenza. Tentavo di stringerele cosce e al solito le mie resistenze aumentavano il suo desiderio di avermi.
Finsi di cedergli e confessai: "sei un pazzo, mi farai male con quel cazzo enorme".
L'effetto di queste parole fu travolgente, mi trafisse con quell'attrezzo stupendo di cui era dotato; la mia sorgente lo accolse bagnandolo di umori caldi e abbondanti. La mazza di carne invase la vagina gonfiandola dopo alcuni duri e insistiti colpi toccò il fondo. Non avevo mai provato una sensazione tanto piena e appagante: ero totalmente piena di LUI.
Continuò ad imprimere violenti colpi contro di me e dentro di me.
Sembrava quasi che mi odiasse, che voleva violentarmi più che amarmi ... e intanto godevo di un piacere assurdo, illogico istintivo. Ero la sua vittima sacrificale, lo sfogo delle sue masturbazioni giovanili... e intanto orgasmi ripetuti e frequenti mi squassavano il pube e la vagina finchè, tra viscidi fruscii dei nostri orgasmi, la sua sborra e la mia si unirono in una miscela infuocata ed esplosiva. Scaricò il suo orgasmo anche con morsi sul collo e sulle spalle che torturò terribilmente.
Non si staccò dalla mia vagina sino a quando sentì colare l'ultima goccia della sua sborra; poi staccatosi, risalì sul mio corpo e offrì alla mia bocca il suo cazzo, tornato quasi rigido. Forzò le mie labbra e disse: "ora me lo devi succhiare, ti piacerà, sono sicuro e non ti farà male". Iniziò a pompare dentro la mia bocca con ritmi più calmi e studiati.
La mazza di carne cresceva in durezza e grossezza riempiendo la mia bocca; pizzicai i suoi fianchi e i glutei quasi fosse una reazione, una vendetta. Giulio invece aumentava la sua passione e forzava e violentava la mia bocca come fosse un'altra fica e dicendo: "devo rifarmi di tutte le seghe che mi hai costretto a fare, ora ti riempirò sempre di sborra" e mentre diceva queste parole mi soffocò di un'altra ondata di sborra calda e giovane.
Quando si alzò mi aiutò dolcemente a ricompormi, tornò tenero e gentile come prima. Lo accompagnai alla porta fingendo un severo broncio verso di lui, prima di uscire mi palpò fortemente i glitei e massaggiò con il medio il solco delle natiche e aggiunse: "la prossima volta ti romperò il culo e... spero che sei vergine", mi sorrise mi diede un dolce bacio sul viso e scomparve nelle scale: Spero che ritorni.... |