Ho 26 anni e mi chiamo Sabrina; ho sempre pensato che il mio nome ha condizionato la mia vita di ragazza. I miei me l'affibbiarono perchè erano accaniti fan di Audrey Hepburn e ovviamnete del suo film "Sabrina". Mi fecero crescere a latte e Audrey: mi mostravano le sue foto, appena fui in grado di capire, mi fecero assistere ai suoi film; la mamma me la indicava come modello di donna: sobria, elegante, bella e di "classe".
Con l'adolescenza mamma vedeva in me somiglianze con Audrey: occhi di un blu profondo, non grandi come i suoi, ma ugualmente belli, corpo esile, gambe lunghe come il collo che mi faceva somigliare ad un cigno, amche per il candore della pelle. Papà assecondava la mania della mamma, anche se cercava di smussarne gli eccessi; infatti con la storia della "classe" mi spingeva a diffidare dei maschi, solo egoisti e volgari, a suo dire. Solo papà faceva eccezione perchè, anche se maturo, era sempre innamoratissimo di mamma, ma venne a mancare un brutto giorno per un improvviso infarto, quando avevo appena 17 anni.
In pratica con la mania della mamma non avevo amici: i maschi li allontanavo io e le femmine mi allontanavano perchè mi trovavano troppo snob e quando ero con loro per causa mia i maschi se ne stavano lontani.
Con l'università i rapporti migliorarono, ma solo di poco; dopo la laurea cercai lavoro, ma tutte le porte erano chiuse. Tentai qualche concorso dei pochi che si facevano, mi sottoposi a diversi colloqui per aziende private, piccole, medie e grandi: nessun risultato.
Ma le cose erano destinate a cambiare; avevo accettato di partecipare ad una festa privata in casa di colleghi universitari che non mi conoscevano abbastanza per evitarmi. Presto la festa si rivelò noiosa, forse anche per la solita mia incapacità di aprirmi a relazioni più naturali e normali. Volevo andarmene ma nessuno si offrì di accompagnarmi. Valutai che, essendo da poco passate le 22, potevo prendere il bus perchè dopo le ventitrè le corse diradavano e i bus erano frequentati da persone non raccomandabili.
Andai via fingendo un'emicrania e adducendo pure il motivo che l'indomani alle nove avevo un colloquio di lavoro, questo sì che era vero. Dopo pochi minuti arrivò il bus, salii ed era già quasi pieno, subito dopo arrivò di corsa un gruppo numeroso di ragazzi scalmanati che gridando ottennero di far riaprire le porte da cui salirono. Continuarono a vociare anche dopo che il bus riprese la marcia.
Erano una decina, maschi e femmine; indossavano jeans attillati o stracciati e t-shirt stile metal; molti di loro avevano vistosi tatuaggi alle braccia: sembravano una banda. Mi misi da parte, tenendomi al sostegno in alto, mi sembrò purtroppo che mi avessero puntato.
In un attimo mi circondarono, continuavano a urlare e ridere sgangheratamente; notai che dalle tasche posteriori dei jeans dei maschi uscivano fuori manici di coltelli: erano sicuramente una banda o comunque dei ragazzacci.
Mi si gelò il sangue; dei viaggiatori presenti molti erano anziani e sonnecchiavano. In pochi minuti si strinsero attorno a me senza evitare complimenti spinti che finsi di non sentire. Uno di loro, doveva essere il capo perchè appena apriva bocca gli altri tacevano e non ridevano più, si mise dietro di me e cominciò a premere col suo corpo sul mio bacino. I suoi compagni sorridevano maliziosamente.
Stavo completamente immobile per la paura, tentavo di staccarmi da quella pressione, ma non avevo neppure un centimetro di spazio.
Mi convinsi che quella di subire la pressione del suo corpo era il male minore.
Muoveva il suo bacino alternando spinte verso di me o circolarmente sulle mie natiche. La calca che avevano creato attorno era tale che nessuno se non quelli strettamente vicini riuscivano a vedere alcunchè. Presto sentii che il suo sesso si era gonfiato e indurito, le sue spinte si facevano sempre più audaci. Tenevo gli occhi semichiusi sperando che finisse al più presto, guardai fuori e capii che mancava ancora molto per arrivare a casa.
Per un solo istante interruppe la pressione su di me, sentii le sue dita armeggiare nervosamente sulle mie natiche e poi tornò più prepotente di prima a premere su di me. Ora sentivo arrivarmi un calore che prima non avevo sentito, subito si diffuse anche sul mio corpo: un brivido attraversò la mia schiena, un intenso calore interno mi percorse i fianchi e le cosce e arrivò al basso ventre. Ebbi la sensazione che il pube si gonfiasse, la gattina mi sembrò un centro nervoso che catalizzava i brividi che sentivo in tutto il corpo, improvvisamente il calore sembrò sciogliersi in una sensazione di umido e poi bagnato. Ero confusa e stranita: non avevo mai provato niente di simile. Caricò alcuni colpi più violenti e strani, finchè si appoggiò anche con la parte superiore sul mio corpo e infine mi lasciò.
Subito dopo però prese il suo posto un altro della banda, più alto e magro; riprese gli stessi gesti e movimenti del capo. Stavolta il calore lo sentii subito; gli altri si erano ammutoliti, guardavano interessati e con un ghigno che sembrava attrazione per il mio corpo e disprezzo per la mia persona. Il secondo non si accontentò solo di premere sulle mie natiche con il suo sesso, sicuramente più grosso e forse anche più lungo, ma mise le mani sui miei fianchi e appoggiandosi alla mia nuca tentò di mordere il collo, mio vanto e gloria. Scrollai il capo per scoraggiarlo ma rimase attaccato alla nuca e iniziò a succhiare con avidità mentre continuava con il membro a torturare le natiche e il solco.
Ora avevo più chiara la sensazione che l'umore proveniva dalla mia gattina, colavano abbondanti gocce sull'interno delle cosce; le sue labbra rimasero attaccate a succhiare la linfa dal mio collo fino a quando dopo altri colpi, più decisi e violenti, non si scaricò su di me.
Abbandonò la preda del mio collo, ebbi un attimo di ritorno delle energie, lo spinsi all'indietro e vidi dal finestrino che la prossima fermata sarebbe stata la mia.
Trovai la forza di dire con decisione "devo scendere" e mi crearono un pò di spazio, ma non potei evitare che un altro ragazzaccio, mentre gli passavo davanti, mi palpasse con tutte e due le mani i piccoli seni e stringesse tra pollici e indici i capezzoli che non sapevo di avere così grossi. Svicolai subito verso l'uscita senza girarmi indietro. Loro per mia fortuna rimasero sul bus: avevo almeno evitato rischi peggiori.
A casa trovai la mamma che sonnecchiava sul divano davanti al televisore, andai subito in bagno e trovai sulla parte bassa del collo un grosso ematoma, segno della lunga succhiata del secondo ragazzo. Tolsi la maglietta e il reggiseno, curiosa di guardarmi i seni: avevo davvero i capezzoli come non li avevo mai avuti: gonfi e grossi, mi sembrarono anche un pò più scuri del solito.
La sorpresa più grossa doveva arrivare: la gonna, quando la tolsi, vidi che era bagnata sul retro di un liquido appiccicaticcio. L'avvicinai al naso per odorare; la mano mi tremava e bagnai la punta del naso, tolsi quella goccia con la punta del dito e la posai sul labbro inferiore. Con la punta della lingua l'assaggiai: aveva un sapore dolce e gradevole. Guardai di nuovo la gonna: il liquido versato era veramente tanto.
Non si erano limitati ad incularmi, si erano pure divertiti a sporcarmi del loro sperma: ecco perchè quando scappai da loro, ridevano alle mie spalle. Tolsi lo slip che si rivelò attaccato alla gattina da lunghi filamenti di liquido, mi toccai superficialmente e scoprri di essere inzuppata di umori e di strane sensazioni.
Entrai in doccia: un caldo scarico di acqua speravo mi liberasse da quelle sensazioni. Avvicinai il bagno schiuma alla gattina ma stavolta non era per igiene che lavavo. La gattina reclamava dolcezza e carezze; mi carezzai lentamente, svegliavo sensazioni nuovissime e sconosciute.
Per la prima volta introdussi curiosamente e delicatamente la punta dell'indice: il calore interno era forte, aggiunsi un altro dito, massaggiai. Penetravo lentamente e facevo ghirigori attorno a membrane morbide e bagnate, ne ricevevo piaceri sottili e intensi: non sapevo di avere tra le gambe uno strumento di piacere per me e che provocava il desiderio dei maschi.
Lasciai che l'acqua inzuppasse il mio corpo e nascondesse i miei gemiti di piacere che divenivano sempre più forti. Mi sedetti sul piatto della doccia, allargai oscenamente le cosce, ringraziai dentro di me papà per aver fatto montare una doccia molto grande e col capo chino sulla gattina ripresi a carezzare e torturare: cercavo piaceri ancora più intensi e profondi. Perlustrando la gattina incontro un piccolo ostacolo di carne più compatta e dura della labbra e delle pareti interne della vagina. La stuzzico e sento che sotto le mie dita si alza come si erano alzati i membri dei due ragazzi. Scoprii che potevo godere anch'io del mio stesso sesso e lo feci senza più remore o inibizioni.
Uno, due, tre dita esplorarono la mia sorgente inesauribile di liquido: godetti ancora per molti miniti e con molta intensità. Mi alzai solo quando la mano si mostrò stanca. Uscii finalmente dalla doccia e sotto il tessuto dell'accappatoio sentii che i capezzoli, che avevo ritenuto sempre un particolare irrilevante del mio corpo ostacolavano i movimenti per sistemarlo sul petto. Avvolsi i capelli con un asciugamano tolsi l'accappatoio e mi guardai allo specchio: avevo davvero un bel corpo, aveva ragione la mamma, solo che non mi aveva mai consentito di goderne.
Fui presa dalla curiosità di guardarmi il culetto che era stata occasione delle molestie, e che molestie ! dei ragazzacci.
Presi da un cassetto un vecchio specchietto, la mia statura mi consentiva di vedere sino a metà coscia; torcendo il busto e con lo specchietto riuscii a vedere la curva dei miei glutei. Con una mano accarezzai dai fianchi al solco e poi con l'altra mano sull'altra natica fino al solco; con le unghie sfiorai il solco e il buchetto: era quello che avevano desiderato i ragazzi. Per un attimo fui presa da un fortissimo brivido al solo pensiero che se fossero scesi il mio culetto sarebbe diventato preda dei loro desideri: mi sgomentai nello scoprirmi allo specchio sorridente, quasi che l'idea non mi spaventasse più così tanto.
Salutai la mamnma che dormiva profondamente, si sorprese che ero già rientrata e le spiegai che la festa era noiosa e che facevo bene a salvare la mia "classe".
A letto la coperta mi pesava, smaniavo, insinuai una mano dentro il pigiama e ripresi a carezzarmi per ripetere nuovi piaceri. Anche il pigiama mi era d'impaccio. Lo tolsi e pure lo slip, tolsi anche la parte superiore: volevo essere totalmente nuda per godere dello struscìo delle mani e delle braccia sulla pelle del petto, del ventre, dei fianchi, delle cosce e... della fica: ora finalmente trovavo il coraggio di chiamarla come la chiamavano tutte le compagne. Mi masturbai ancora per non so quanto tempo e non mi diedi preoccupazione se il liquido che usciva dalla "mia arma" bagnava il lenzuolo; godetti ancora tanto. Quando mi fermai pensai che l'indomani mi attendeva un altro colloquio di lavoro: ancora non sapevo cosa avrei fatto, la testa era intontita dalle tante emozioni della serata, ma sapevo di certo che avrei fatto valere la "MIA ARMA".
Alla prossima il colloquio..
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