Alla fine smisi di masturbarmi, soddisfatta ma non felice: a 25 anni avevo provato il piacere del sesso ma era stato provocato da una violenza di gruppo, anche se non realizzata totalmente, per mia fortuna (?) e da una ricerca personale insistita; in pratica ero ancora vergine e non avevo ami amato un uomo nè ero stata amata. Qualche rara esperienza da adolescente mi aveva confermato nell'idea che la mamma aveva dei maschi: tutti egoisti e volgari.
Il sonno fu accompagnato da strani sogni: mi trovavo di notte in una zona poco illuminata circondata dagli stessi ragazzi della banda, tutti nudi, maschi e femmine che sfioravano il mio corpo con le loro mani; ero l'unica ad essere vestita e i maschi mostravano i loro membri in piena erezione.
Mi svegliai presto, con il cuscino tra le gambe, intontita e confusa, ma anche bagnata. Troppe emozioni ! il sogno mi sembrò la rappresentazione della mia vita: mi ero chiusa (il vestito) all'interesse degli altri (nudi) ed ero di fatto una donna sola.
Non c'era più tempo per le riflessioni e i rimpianti, alle nove avevo il colloquio di lavoro che vedevo come la possibilità di dare una svolta alla mia vita. Un eventuale successo mi avrebbe dato autonomia rispetto alla mamma e agli altri. Il piacere provato la sera precedente, provocato da estranei e da me, mi aveva indicato una via di liberazione. Giurai però a me stessa che non avrei svenduto il mio corpo, lo avrei solo utilizzato al meglio, come un'ARMA, tra "classe" e "disponibilità": chissà se ci sarei riuscita.
Mi alzai e cercai di prepararmi al meglio: dovevo evitare il solito tailleur serioso, ma anche un abbigliamento troppo volgare. Decisi per una gonna poco più corta e soprattutto più stretta. Per esaltare le curve del mio sedere spostai il bottone che legava la vita: ora le curve erano meglio in vista. Provai tante t-shirt, ma scelsi una camicia di seta color glicine: ero ossessionata dal mio seno piccolo, ma il tessuto e il modello slim avrebbero esaltato i capezzoli che avevo scoperto capaci di notevoli e vistose esplosioni.
Davanti allo specchio li strizzai e li stuzzicai, si eressero e gonfiarono; la camicia abbottonata li lasciava intravedere bene.
Misi in borsa una busta di ghiaccio sintetico, mi sarebbe servita per tenere bene in vista i miei amici capezzoli che tanto aveva apprezzato quel ragazzo sul bus. Un pò di ombretto su tinta sui miei occhi blu e mascara sulle lunghe ciglia; la mamma si offrì di accompagnarmi mentre mi chiedeva preoccupata perchè mi fossi agghindata in quel modo. Risposi che mi andava così, che l'immagine può aiutare in certi casi e rifiutai la sua compagnia adducendo il pretesto, neppure inventato, che lo psicologo stronzo di turno avrebbe teorizzato sulle mie incertezze e sulla mancanza di autonomia.
Mi presentai all'agenzia con leggero anticipo; c'era già nella sala d'attesa una ragazza, forse più giovane di me, ma bruttina e inespressiva. Se ne stava rintanata nella poltroncina come se avesse paura di tutto e di tutti. Chiesi alla segretaria se erano iniziati i colloqui; mi rispose di no, che il dottore sarebbe arrivato puntuale e che, dopo avermi chiesto i dati, ero la prima.
Ebbi come un vuoto nello stomaco, mi accomodai, resettai le idee, mancavano pochi minuti alle nove e mentre pensavo cosa fare, sentii l'ascensore fermarsi al piano. Immaginai che fosse l'esaminatore e chiesi di usare il bagno; la segretaria me lo indicò, feci in tempo ad entrarvi e chiudere dietro di me la porta e sentii una voce d'uomo chiedere: "solo questa ragazza ?" "No, rispose la segretaria, ce n'è un'altra in bagno, è la prima".
Lo sentii ancora raccomandare alla segretaria di passargli solo telefonate importanti. Intanto in bagno sbottonai la camicia, carezzai e strizzai tra le dita i capezzoli: si eressero in un attimo, li strofinai ancora e si gonfiarono; completai l'opera premendo la busta di ghiaccio, dopo averla sbloccata, sui seni. Un freddo intenso e asciutto invase i seni ; i capezzoli erano diventati punte di lancia. Accostai la seta della camicia su di loro: sembravano voler bucare il tessuto. Tenni ancora per un pò il ghiaccio sui capezzoli, li controllai per l'ultima volta, li supplicai di non abbandonarmi, conservai il ghiaccio in borsa e riabbottonai la camicia.
Uscendo evitai, usando le braccia, che le due donne vedessero il particolare "difetto" della mia camicia. Non ebbi il tempo il tempo di accomodarmi che dal citofono l'esaminatore ordinò alla segretaria di farmi entrare.
L'esaminatore doveva aver superato i 50 anni; anche seduto mi sembrò leggermente obeso e aveva due occhietti piccoli e miopi e labbra sporgenti. I muscoli facciali gli pendevano facendolo sembrare più anziano. Sentendomi entrare alzò gli occhi dai fogli che teneva in mano e mostrò subito un discreto interesse sul mio corpo. Mi sembrò che puntasse i suoi occhietti sulla mia "camicia"; m'invitò ad accomodarmi su una poltroncina bassa, con uno schienale altrettanto basso. Era un pò scomoda e pensai a quella di Fantozzi; in effetti forse procurava un complesso d'inferiorità a chi vi sedeva.
Non ci volli pensare e feci in modo che la gonna salisse spontaneamente mostrando una maggiore porzione delle mie gambe. Diede qualche furtiva occhiata anche alle gambe, mentre tenevo le braccia all'indietro per evidenziare i capezzoli che ancora resistevano eretti sotto la seta.
Fece qualche osservazione di compiacimento per i miei titoli e soprattutto per le competenze nell'uso del PC. Su suo invito precisai che avevo ottime competenze nelle applicazioni, anche complesse, di programmi come Excel, Access, di editing oltre ovviamente all'uso abituale di e-mail e internet. Mi disse che per l'azienda che richiedeva una segretaria questo andava bene, ma non era sufficiente: ci voleva altro e più. Parlò in modo poco chiaro, accennò al portamento, alla personalità, al carattere: sentii però che le sue parole non dicevano quello che pensava.
Ossessivamente i suoi occhietti si dividevano tra capezzoli e gambe. Lo ascoltavo fingendo attenzione e appena fece una pausa gli chiesi di che tipo di azienda si trattava. Si complimentò per la mia domanda e riferì che l'azienda operava nel settore della moda, dell'alta moda: produceva lingerie e intimo di "classe" per donna e uomo. Era di medie dimensioni. 200 persone vi lavoravano tra operai, impiegati, segretarie oltre a personale assunto a prestazione, come modelli e modelle.
"Allora farebbe proprio per me" esclamai con un pò di faccia tosta. Si sorprese, la mia faccia tosta ottenne l'effetto sperato: si alzò dalla poltrona, un pò di rossore colorò il suo volto pallido, si appoggiò alla scrivania ponendosi di fronte a me.
A poche decine di centimetri dal mio volto vedevo il gonfiore dei suoi pantaloni, comprese la mia curiosità e si fece più sfacciato. Disse di dubitare di segnalarmi all'azienda dove averei subito ulteriori esami perchè, diceva, occorreva avere carattere e "classe" al tempo stesso, ma occorreva anche grande "disponibilità" di tempo e di se stessi.
Gli riferii brevemente della mia vita, dell'educazione ricevuta e che il mio nome SABRINA era sinonimo di classe. Mi alzai per mostrargli se anche il fisico poteva essere apprezzato in un ambiente dove la bellezza la faceva da padrona. Spogliandomi con i suoi occhietti affermò che la mia bellezza sarebbe stata ben apprezzata anche in azienda. Mi fece di nuovo sedere, si accostò e continuò il suo esame sul mio copro, fece un giro attorno alla poltrona e da dietro lisciò i lunghi capelli castani, poi li scostò e scoprì il mio collo, si complimentò per la lunghezza e bellezza, lo carezzò a lungo e delicatamente.
Chiusi gli occhi per non pensare a chi mi accarezzava e mi abbandonai al piacere dei brividi che mi provocavano quelle carezze. Tornò davanti a me, facendo risalire con le sue ginocchia la gonna, poi mi disse: "dài, un pò di coraggio e di sfrontatezza non guasterebbe..." e tornando alla scrivania premette un pulsante che serrò l'uscio.
Con gli occhi semichiusi feci scivolare lo zip dei pantaloni, carezzai il pene già duro e lo estrassi lentamente dalla gabbia; lo carezzai a lungo, era caldo e fremeva. Provai a guardarlo, mi pareva più corto di quelli dei ragazzi della banda, sicuramente era un pò ridicolo: tozzo e grosso nella prima merà, si assottigliava nella parte finale tranne che nel glande.
Mi carezzò la testa spingendola verso di lui e aggiunse: "cosa aspetti, mi fai morire". Lo baciai tenendolo sempre tra le mani, lo leccai, gli diedi piccoli e ripetuti morsi che lo fecero sobbalzare di piacere e sussurrare "dài, prendilo tutto".
Lo ingoiai respirandone un odore poco gradevole e sentendo su labbra e lingua il flusso del suo sangue infuocato sulle vene palpitanti. Lo succhiai alternando forti aspirazioni a dolci leccate. Allontanavo la bocca solo per esaltarne, mentendo un pò, la bellezza e la virilità; lo ripresi per un'ultima serie di succhiate avide finchè non sentii avvicinarsi lo sperma caldo che voleva innaffiare la mia bocca.
Tentai di tappare con la lingua la fonte del suo sfogo, mi afferrò per i capelli, attirò con forza la testa contro la il suo cazzo, abbattè ogni mia residua resistenza e m'inondò di sperma bocca e organi interni. Mi sorprese scoprire che il sapore del suo sperma era dolce e gradevole, proprio il contrario dell'odore del suo cazzo.
Bevvi e ingoiai lentamente tutto il suo sperma; quando si allontanò da me, feci una cosa che non pensavo sarei stata capace di fare: trattenni tra le dita il suo pene e asciugai con la punta della lingua le ultime gocce che ancora affioravano dal suo membro soddisfatto e ancora fumante di desiderio. Si piegò grato su di me e mi diede un tenero bacio e disse: "ragazzina, domani ti presenterai alla direttrice del personale dell'azienda !"
"Wow" esclamai e pazza di una doppia felicità lo baciai sulla bocca: avevo finalmente trovato lavoro e anche il coraggio di "vedere" i maschi in modo diverso.
Si sistemò, tornò alla scrivania, prese il telefono, mi fece cenno di stare zitta; dall'altro capo del telefono rispose una voce di donna: aveva messo il vivavoce.
"Come va, diavolo, ho una bella notizia per te" disse l'esaminatore.
"Vecchio puttaniere, rispose decisa e senza mezzi termini la direttrice, cosa c'è ?"
"Ho già trovato la segretaria giusta per te ! domani puoi riceverla ?"
"Possibile, ne sei sicuro ? mi mandi la prima troietta che ti è capitata ?"
Ero allibita da quel linguaggio e temevo di aver fatto un passo troppo audace. Lui riprese "sei la solita stronza, ti dico che ha ottime competenze informatiche, è determinata, ha carattere e, quel che non guasta, una buona dose di classe. E' l'ideale per l'azienda; il resto lo scoprirai tu e non te ne pentirai".
"OK mandamela domani per le 12, prima incontro dei grossi fornitori esteri".
Ero finalmente sollevata; la conversazione mi rese consapevole del sistema che avevo sempre rifiutato, ma era lo scotto che dovevo pagare per acquistare autonomia... e poi non potevo restare una donna sola per tutta la vita.
Prima di andare volli conoscere il nome della direttrice; "Ellen è il suo nome, mi disse, e la chiamano diavolo perchè, hai visto "il diavolo veste Prada" ? bene, lei spoglia !"
Prima di congedarmi da lui, mi avvicinai grata per salutarlo; mi prese le spalle, mi abbracciò, mi baciò sulla fronte e mi disse: "affermati, te lo meriti, poi carezzandomile mani che trovò splendide, concluse: vieni a trovarmi quando vuoi, sai di trovare un amico" e accompagnadomi alla porta mi palpò insistentemente il culo e lo salutò con una sonora pacca.
Quando attraversai rapida la sala d'attesa che ospitava già 4 ragazze, lo sentii ordinare dal citofono alla segretaria di licenziare le ragazze e che erano sospesi i colloqui...
Avevo vinto la mia prima battaglia, ma la guerra di conquista era tutt'altro che finita... |