|
Siamo in vacanza, al mare, nella villa di proprietà di mia madre. Mamma è una delle donne più ricche della nostra città. La sua ricchezza per la stragrande parte le viene dalla famiglia. Lei non ha fatto altro che aumentarla. Allo stato gestisce ed è proprietaria di una azienda che fornisce ed elabora software per altre aziende. Inoltre è proprietaria di una catena di negozi di alta moda. Ha una laurea in matematica ed un’altra in ingegneria meccanica. Parla correntemente quattro lingue: l’inglese, il russo, il cinese e l’indiano. In questo periodo sta imparando l’arabo. Tutto questo all’età di 32 anni e con una figlia di sedici anni. Eh! Si. Sono nata che mamma aveva 16 anni. Sono il frutto di un rapporto avuto con un suo compagno di scuola. Non ha mai voluto dire chi fosse e per la verità a me non è mai interessato conoscere mio padre. I miei anni li ho vissuti solamente con lei. Il rapporto che ci unisce va oltre il rapporto che può esserci fra madre e figlia. Siamo amiche. Anzi fra noi c’è più che amicizia. Fin da quando sono nata ho sempre dormito nel letto con mia madre. Di giorno, dopo la scuola, frequento il terzo anno di liceo classico. l’autista dell’azienda viene a prendermi e mi accompagna da mamma. Di mattina è Gabrielle che mi porta a scuola. L’ufficio da cui mamma dirige la sua azienda è enorme. È collegato con tre stanze di cui una è una cucina-soggiorno in cui lei prepara il pranzo per me e per lei. Non permette a nessuno di mettere il naso nella sua vita privata. Sostiene che deve essere lei a prendersi cura di me. Un’altra stanza è un bagno ed infine, l’ultima è una camera da letto dove abitualmente trascorre almeno due ore giornaliere di riposo. Io occupo le ore in cui lei riposa anticipando lo studio. Il resto lo faccio quando sono a casa e sotto la sua guida. Quando lei riprende a lavorare mi trasferisco nell’ufficio dove le faccio da segretaria. Lei mi lascia fare e mi guarda con i suoi grandi occhi sorridenti e pieni di luce. Poi un giorno qualunque accade un fatto che diventa la base del cambiamento del mio rapporto con mamma. Quel giorno non ho voglio di studiare. Gironzolo per l’ufficio. Mi accorgo che la porta della stanza in cui mia madre riposa è socchiusa. Mi avvicino. Appoggio la mano sulla maniglia e spingo evitando di fare rumore per non disturbarla nel suo riposo quotidiano. La porta si apre quel tanto che basta a farmi infilare la testa e dare una sbirciata dentro. Dopo aver spaziato per la stanza i miei occhi si posano sul letto. Un corpo vi è posto sopra. È un corpo di donna. È mia madre. È nuda. Cioè no, non è completamente nuda. Ha un reggiseno nero a balconcino. Le grosse mammelle sono proiettate verso il soffitto. Due capezzoli grossi come ciliegie e circondati da un aureola color caffellatte si ergono su quelle splendide colline. Un reggicalze nero e calze nere a maglia larga fasciano le sue gambe. Niente altro. Non ha mutande. Almeno dalla posizione in cui mi trovo non le vedo. Entro nella stanza e mi avvicino al letto. Ho più volte visto mia madre gironzolare nuda per casa ma mai l’ho vista con indosso quella biancheria intima. No, non porta le mutande. Ha le gambe leggermente divaricate. Si vede la sua fica. È completamente depilata. Solo un piccolo ciuffo di peli le orna la parte superiore. La guardo incantata. Dire che è una donna bellissima è dire niente. Alta circa 175 cm. Di colorito bianco latte. Capelli di un nero corvino. Lucidi. Occhi celesti. Viso con zigomi un poco sporgenti. Una bocca non molto grande con labbra rosee e carnose. Mani piccole con dita lunghe ed affusolate. Due lunghissime gambe che sorreggono due splendidi glutei. Ventre piatto. Torace ampio da cui si dipartono due magnifici grossi globi di alabastro. Le misure? Busto: 82 cm; seno: 102 cm. È una quinta taglia: coppa 38 B. Insomma una donna da far perdere la ragione al più freddo degli uomini. Sono sicura che se mia madre avesse gareggiato in bellezza con Giunone, Minerva e Venere, avrebbe largamente vinto. Un formicolio mi attraversa il corpo. Sento caldo. Una vampata di calore mi arriva al viso. Sono turbata. Mi giro e, veloce, esco dalla stanza chiudendo la porta alle mie spalle. Vado a sedermi in una poltrona ed aspetto. La visione del splendido corpo nudo di mia madre non mi abbandona. Il tempo passa. La porta che prima ho chiuso si apre è mamma fa il suo ingresso nell’ufficio. Indossa dei pantaloni ed una giacca di colore grigio chiaro. Sotto una camicia rossa sbottonata nei primi tre bottoni. Si vedono le forme dei capezzoli che spingono contro la stoffa della camicia. Di nuovo avvampo. Mamma mi guarda e si accorge del mio rossore. “Figliola. Cosa c’è? Sei tutta rossa in viso.” Si avvicina. Si china su di me e poggia il suo viso sulla mia fronte. I miei occhi vengono attratti dall’apertura nella camicia. Si vedono abbondanti porzioni delle sue bianche mammelle e il solco che le separa. Il sangue affluisce veloce alle mie tempie. “Scotti.” “Mamma. Non mi sento bene. Per favore potresti farmi accompagnare a casa?” “Farò di più. Sarò io stessa a portarti a casa. Se stai male è mio dovere starti vicina.” Preme un pulsante sulla scrivania ed una ragazza si affaccia nell’ufficio. “Chiami l’autista e le dica che deve portare a casa me e mia figlia. Chiami anche il medico e lo faccia venire a casa mia. Gli dica che mia figlia non si sente bene. Per il resto della giornata non ci sono per nessuno.” Un’ora dopo siamo a casa. Mamma mi fa spogliare e mi impone di andare a letto. Lei si siede su una poltrona ai piedi del letto e mi guarda. Ancora un’ora ed arriva il medico. È una donna ed è anche bella. Mi misura la temperatura che si rivela bassa. Mi ascolta le spalle ed il battito cardiaco. Niente. “Signora sua figlia sta bene. Non ha niente.” “Dottore. L’avesse vista in ufficio. Deve credermi. Era tutta rossa in viso e scottava.” “Sarà stato un malessere passeggero. Vado via. Mi tenga informata.” Sparisce. “Bambina mia. Lo sai che mi hai spaventata. Si può sapere cosa ti ha preso?” Come faccio a dirle che è stata lei la causa del mio malore. Come spiegarle che il vederla nuda sul letto mi ha profondamente turbata. Non le rispondo. Mi giro su di un fianco e chiudo gli occhi. “Piccola pochi minuti e sarò da te. Faccio prima una doccia.” Mia madre va in bagno e lascia la porta aperta. Sento scorrere l’acqua. Mi alzo dal letto e corro in bagno. Mi siedo sulla tazza. Non è la prima volta che vedo mia madre farsi la doccia. Gabrielle e tutta nuda. La vedo insaponarsi. Le sue mani scorrono veloci sul suo corpo. Le sue poderose mammelle sobbalzano ad ogni suo tocco. Una mano si insinua fra le sue lunghe gambe e insapona le polpose collinette che nascondono la sua micina. Si gira e mi mostra i suoi meravigliosi glutei. Dopo essersi ben insaponata prende il telefono della doccia e si libera dal sapone. Noto che quando l’acqua investe le mammelle lei manovra per aumentare la potenza del gettito dell’acqua. Sotto l’azione del forte gettito vedo i capezzoli flettere in avanti. Indugia. Ha gli occhi chiusi ed il viso rivolto verso il soffitto. Poi sposta la mano ed indirizza l’acqua contro la sua vagina. Anche qui la sosta è più lunga. Sento dei fievolissimi gemiti. Non so cosa mi stia succedendo. È un fatto che sento i formicolii attraversarmi le tette. È un fatto che i miei capezzoli si inturgidiscono. È un fatto che sento la mia micina riempirsi di umori. Tutte cose provocate dalla visione del corpo nudo di mia madre. Stringo le gambe e soffoco un gemito. Mia madre chiude l’acqua ed esce dalla doccia. Mi vede. “Sei qui. Sei di nuovo tutta rossa in viso. Si può sapere cosa ti succede?” Mi alzo dalla tazza e mi precipito ad abbracciarla. La stringo forte contro il mio petto. Sento i suoi duri capezzoli premere contro le mie tette. Ho il pigiama tutto bagnato dall’acqua che ancora è sul suo favoloso corpo. “Mamma, ti voglio bene.” “Anch’io te ne voglio. Ma non credo che sia questo quello che ti fa star male. Perché non ti confidi. Dimmi cosa ti angoscia. Vieni. Mentre io mi asciugo ed indosso qualcosa, tu togli il pigiama bagnato ed infilati una delle camicie che io indosso per la notte. Poi ci stenderemo sul letto e mi dirai cosa ti affligge.” Siamo sul letto. Anche mia madre ha indossato una di quelle camice che lasciano scoperte tutte le gambe fino alla congiunzione coi glutei. Come è sua abitudine ha lasciato la camicia sbottonata fino all’ombelico. Ha le spalle poggiate alla testata del letto. Io ho la testa nell’incavo di una sua spalla. Da quella posizione mi è facile lanciare occhiate nell’apertura della camicia. Questa volta si vede una intera mammella con il capezzolo che svetta con impertinenza. Di nuovo sento salire il calore alla testa. “Allora. Sto aspettando. Vuoi dirmi cosa ti è accaduto?” Devo farmi coraggio. “Mi prometti che non ti arrabbi?” “Promesso” “Oggi, sono venuta nella stanza dove abitualmente riposi e ti ho vista stesa nuda sul letto. Sono restata a guardarti per diversi minuti. Credo per circa mezz’ora. Ho esplorato, con gli occhi, ogni cm2 del tuo corpo. Mamma tu sei una meravigliosa e bellissima donna. Sono rimasta turbata dalla tua nudità. Si, è vero. Altre volte ti ho vista nuda, ma oggi il tuo splendido corpo mi ha sconvolto. La tua vulva libera da peli. Ho visto le tue mammelle proiettate verso il soffitto e i tuoi grossi capezzoli che mi attraevano. Sembravano dirmi: “Ecco siamo qui. Ti apparteniamo. Vieni a prenderci.” Ho sentito il mio corpo percosso da brividi. Sono scappata e sono andata ad aspettarti. Tu sei venuta e mi hai vista ancora in preda ai brividi provocati dalla vista del tuo corpo. Ti sei chinata ed hai peggiorato la situazione. I tuoi capezzoli premevano contro la stoffa della camicia che era sbottonata e lasciava intravedere buona parte delle tue tette che si sono rivelate essere un forte magnete. Poco fa, in bagno, ti ho vista lavarti. Lo hai fatto in un modo tale da provocarmi brividi ancora più forti. Ancora adesso sto guardando una tua mammella ed il mio corpo si sta incendiando. Ecco, mamma, questo è quanto mi è accaduto.” Un silenzio assordante fa seguito alle mie parole. L’unico rumore che si sente sono i battiti del mio e del suo cuore. Sembrano entrambi impazziti. Un tempo infinito trascorre. Con movimenti lenti si libera del mio corpo; si alza ed esce dalla stanza. Un’ora trascorre senza vederla tornare. Scendo dal letto e la vado a cercare. La trovo in cucina con le mani poggiate sul lavello. Mi avvicino. Sono dietro di lei. Le cingo la vita con le braccia. Poggio la testa su una spalla. Le mie tette premono contro la sua schiena. “Mamma perché sei andata via? Il mio racconto ti ha forse offesa?” Lei si gira. Non si libera dal mio abbraccio. Mi guarda e mi da un bacio sulla fronte. “No. Bambina mia. Al contrario. Mi hai fatto sentire di nuovo una donna. Sono anni che ho dimenticato cosa significa essere donna. E chi è che me lo ricorda? Un’altra donna: mia figlia. Mai avrei pensato di sconvolgere sessualmente mia figlia. Quello che hai provato nei miei confronti si chiama desiderio. Tu mi vorresti nuda fra le tue braccia e giocare con il mio corpo. E’ una cosa che non posso darti. Sei mia figlia. Devi cercare altrove chi possa soddisfare le tue voglie. Io non posso accontentarti.” “Mamma dici che quello che sto provando per te è desiderio. Io non credo che sia solo desiderio. Credo che sia anche amore. Sono innamorata di te. Mamma io ti amo.” “Taci. Non sai quello che dici. Non puoi amarmi. Non è possibile.” Mi afferra per le spalle e mi allontana. Mi fissa negli occhi. “Da questa sera non dormirai più nel mio stesso letto. Andrai a dormire in un’altra stanza. Da domani a scuola andrai da sola. Non sarò più io ad accompagnarti. Non ti voglio più nemmeno nel mio ufficio. Quando esci da scuola verrai a casa e da sola gestirai le tue cose. Sei cresciuta. Questo pomeriggio mi hai aperto la mente. Non sei più la mia bambina. Sei una donna e come tale ti tratterò. Ora per favore lasciami sola.” “Mi stai scacciando?” “Come puoi pensarlo? Ho solo bisogno di restare sola e riflettere su quanto è accaduto.” La lascio e faccio quello che mi ha detto. Vado nella camera da letto. Raccolgo le mie cose e vado a rintanarmi in una delle numerose stanze di cui è composto quell’immenso appartamento. Mi stendo sul letto con gli occhi rivolti al soffitto. Con la mente proietto l’immagine mia e di mia madre che ci rincorriamo, nude, in un immenso prato verde. Siamo sole noi due. La raggiungo. Lei cade distesa sull’erba. Le sono sopra. Ride. Avvicino la testa al suo petto e bacio le sue mammelle. La scena si ripete più e più volte finche esausta mi addormento. Al mattino mi sveglio. Sono più stanca che riposata. Faccio una doccia. Mi vesto. Vado in cucina. Faccio colazione. Mi avvio verso l’uscita. Passo davanti alla porta della stanza dove ho dormito fin dalla nascita. È chiusa. Mi avvicino. Accosto l’orecchio. Non sento rumori. Non ho il coraggio di aprirla. Mi allontano ed esco di casa. Trovo ad attendermi l’autista che mi porta a scuola. Cosi come lo trovo a fine orario per riaccompagnarmi a casa. La porta della stanza di mia madre è sempre chiusa. I giorni passano e mamma non si fa vedere. Mi sembra di impazzire. Di notte diventa il mio incubo. Il sogno è sempre lo stesso. La stringo fra le mie braccia. La copro di baci. Lei mi invita a baciare le sue tette. Dormo sempre con la porta aperta in attesa di una sua visita. Poi una notte sento una porta aprirsi. Resto con il fiato sospeso. Un ombra si materializza nel vano della porta della mia stanza. Si avvicina al letto. Si china sul mio viso. “Dormi” Dio, è lei mia madre, il mio incubo. “No. Come posso dormire con il pensiero di te che mi tormenta.” “Fammi posto” Veloce mi sposto e sollevo il piumone. Lei si siede sul letto e si distende al mio fianco. Nessuna delle due proferisce parola. Dopo un poco è lei a parlare. “Tutti questi giorni non ho fatto altro che pensare a noi due. Agli anni trascorsi insieme. Non mi sono accorta che tu crescevi. Nemmeno quando ti vennero le prime mestruazioni pensai a te come donna. Per me sei sempre stata la mia bambina. Invece tu sei diventata una donna ed anche bella. Quando ti stringevo tra le braccia ho sempre creduto di stringere la mia piccola ed invece stringevo una donna. Sentivo le tue tette schiacciarsi contro il mio petto. Ho ammirato il tuo corpo quando nuda mi passavi davanti. Anch’io, nel mio subconscio, ti ho desiderata. La prima volta è stato l’anno scorso. Eravamo in vacanza nella nostra villa. Tu stavi distesa, nuda, sul lettino vicino alla piscina a prendere il sole. Mi chiedesti di spalmarti, sul corpo, la crema idratante. Lo feci. Quando giunsi con le mani sulle tue tette, i tuoi capezzoli si inturgidirono. Mi fermai. Sentivo la loro durezza spingere contro il palmo delle mie mani. La mia mente fu attraversata da un turbinio di pensieri osceni. Mi vidi con la bocca imprigionare i tuoi capezzoli e succhiarli. Dovetti fare un grande sforzo per sottrarmi a quel pazzesco desiderio. Mi alzai e scappai in villa. Andai a fare una doccia fredda per calmare i miei ormoni impazziti. A distanza di un anno tu dici di esserti innamorata di me. Che mi ami non come una figlia che ama sua madre ma come una donna. Dimmi: sei lesbica?” “No mamma. In verità ti dico che quando vedo un ragazzo che mi piace sento la mia micina miagolare. Anche adesso sta miagolando. Ma sei tu a provocare il suo miagolio.” “La mia, invece, sta ruggendo. Figlia mia anch’io ti voglio. Promettimi che quello che accadrà fra noi due questa notte resterà un nostro segreto. Nessuno dovrà mai sapere niente.” “Mamma ti giuro che nessuno saprà.” Gabrielle si mette a sedere e si libera della camicia. Allunga la mano verso l’interruttore ed accende la luce. “Voglio vederti quando mi amerai.” Rovescia il suo splendido corpo sul mio. Avvicina la bocca alle mie labbra e insinua la sua lingua nella mia bocca. Sembra la lingua di un serpente. Con la punta esplora tutti gli angoli della mia cavità orale. Incontra la mia lingua e l’avviluppa. Ingaggia un furioso duello. Si ritira nella sua bocca. La inseguo con la mia. La blocca contro il palato e la succhia. Inconsciamente allargo le gambe e le tiro su verso di me. Mia madre porta un suo ginocchio in contatto con la mia vagina ed esercita una lieve pressione. Un mugolio muore nella mia gola. Le sue formidabili tette premono contro le mie ancora nascoste dalla mia camicia. Continua a frugare la mia bocca con la sua lingua. Sento il respiro venirmi meno. Mi alimento dell’aria dei suoi polmoni. Di colpo smette di baciarmi. “Dimmi amore. Questo è il tuo primo bacio.” “Si mamma, quello che mi sta succedendo questa notte è la mia prima volta di tutto. E sono talmente felice perché sei tu, mia madre, ad iniziarmi ai piaceri dell’amore.” “Vedrai. Ti farò diventare la donna più esperta nel dare piacere.” Si solleva sulle braccia. “Liberati di quest’indumento. Voglio sentire la tua pelle contro la mia.” Prontamente eseguo il suo ordine. Nel farlo vedo le sue tette penzolare sotto i miei occhi. “Mamma me le lasci toccare?” “Tanto ti piacciono. Dai toccale.” Sollevo le mani e le appoggio su quei grossi globi di bianco alabastro. Le palpo. Dio come sono dure. Sento i suoi capezzoli premere contro il centro del palmo delle mie mani. “Mamma hai due tette bellissime e sono mie.” “Queste ti sono sempre appartenute. Hai succhiato da loro latte per circa un anno. E fino all’età di cinque anni hai sempre voluto dormire con un capezzolo in bocca. Ti piacerebbe tornare a succhiare? Lo vuoi?” “Sarebbe magnifico. Veramente me lo lasceresti fare?” Da una spinta al suo corpo facendogli fare una mezza rotazione. Me la trovo distesa di taglio su un mio lato. Un suo braccio si infila sotto la mia testa. Mi attira contro il suo corpo costringendomi a posizionarmi su di un fianco. Con una mano messa a coppa sotto la mammella che poggia sul letto la solleva ed avvicina il capezzolo alla mia bocca. “Su. Apri la bocca.” Dischiudo le labbra e la ciliegia scivola dentro la mia bocca. “Succhia.” Che meravigliosa sensazione. Ho il capezzolo di mia madre nella mia bocca. Lo stringo fra le labbra. Con la lingua lo lecco. Gabrielle geme. Faccio mulinare la lingua intorno a quello splendore. I gemiti aumentano. Lo schiaccio contro il palato. Succhio. Com’è buono. E dolce. Il suo profumo sale lungo le mie narici e invade il mio cervello. I suoi gemiti diventano nitriti. Il respiro aumenta di intensità. Sento una mano prendere la mia e accompagnarla fra le sue gambe. La guida sulla sua micina. È tutta bagnata. Fa in modo che le mie dita entrino in contatto con il suo clitoride. “Ecco. Ci sei. Stringi le dita su di lui. Accarezzalo. Titillalo.” Ubbidisco. Le mie dita agganciano il suo clitoride e la masturbo. “Si. Così. Dai. Più veloce. Più veloce. Non ti fermare.” Il clitoride di mamma è cresciuto e si è indurito. Un grido annuncia il suo godimento. Ha avuto un orgasmo. “Dio, come mi è piaciuto. Grazie bambina mia. È stato bello.” Intanto continuo a succhiare. La mia azione sulla sua mammella è diventata violenta. Le mordo il capezzolo. Mi arrabbio. Voglio che mi dia del latte. Con la mano la strizzo. Poi di colpo dal suo capezzolo escono delle gocce di caldo liquido. Non è latte ma e comunque gustoso. Lo lappo e lo ingoio. Dopo averle dato delle leccate per lenire il dolore provocato dai morsi dati al suo capezzolo allontano la bocca dalla sua mammella. Mia madre mi stringe a se. “Sei soddisfatta?” “Si mamma. Non so cosa era, ma la tua tetta ha prodotto un liquido, poche gocce. L’ho leccato e mi è piaciuto.” “Ora devi pulire la mia micina.” Si solleva ed appoggia le spalle alla testata del letto. Allarga le cosce a compasso e le tira verso il suo corpo piegando le gambe contro di esse. “Vai. Metti la testa fra le mie gambe e con la lingua lavami la vagina.” Carponi vado a posizionarmi fra le sue gambe. Guardo estasiata quanto è sotto i miei occhi. Lei ha messo le dita delle mani sulle grandi labbra e le ha allargate. Due ali di farfalla color vermiglio si librano fra quei due primi quarti di luna affiancati. Sono le piccole labbra. Le tocco con le dita. Al tatto le sento gonfie. Fanno da ali protettive all’orifizio vaginale. Al vertice di quella favolosa conchiglia fa capolino il suo inturgidito clitoride sotto il quale spicca la fessura della sua uretra. Ho più volte visto la mia farfallina attraverso lo specchio che posizionavo fra le mie gambe e l’ho trovata, pur se coperta di una folta foresta di peli, molto bella, ma quella di mia madre mi supera in bellezza e grandezza oltre che in grossezza. A circa pochi cm di distanza della parte inferiore della vagina si vede una rosea corolla con al centro il buchetto del suo culo. Mamma mette le mani dietro la mia nuca e spinge la mia testa verso il centro di quella meraviglia. La mia bocca entra in contatto con le sue grandi labbra. “Baciala come se stessi baciando la mia bocca.” Con le labbra aggancio una delle grandi labbra e la stringo. La mordo. Guaisce. “Si, brava. Ora afferra le ali della farfallina e leccale. Succhiale.” Si sta riferendo alle piccole labbra. La mia lingua esce dalla mia bocca e vibrando va a titillare le due alette. Sono gonfie e pulsano. Il sangue è affluito copioso nei vasi capillari che le attraversano. Hanno un buon sapore. Le lecco e poi comincio a succhiarle. Un piccolo ma intenso nitrito mi fa capire che mamma ha avuto un altro orgasmo. Dalla sua vagina escono piccole ondate di umori che prima scivolano sul suo buco del culo e poi vanno a disperdersi sul letto. Non tutto viene perduto. Smetto di succhiare e con la lingua lappo quei suoi fluidi. Li schiaccio contro il palato e li ingoio. Sono buoni. “Dai, bambina. Introduci le dita nella mia fica e chiavami.” Assecondo il suo desiderio. Avvicino il dito indice all’orifizio vaginale e la penetro. “Ho detto le dita. Tutte e non uno solo. Fai assumere alla mano la forma di un cuneo e penetrami.” Eseguo. La mia mano e tutta dentro la sua vagina. Con la punta delle dita urto contro qualcosa. “Quello è il mio utero. Tu sei cresciuta lì dentro. Accarezzalo con delicatezza e poi fottimi.” Passo i polpastrelli sulla superficie dell’utero. Mamma emette un gemito di piacere. “Ecco. Ora tira lentamente indietro la mano. Mi raccomando non farla uscire. Poi riaffondala. Su fammi vedere se hai capito.” Metto tutto il mio impegno. “Si continua così. Non smettere. Sarà il mio corpo a dirti quando fermarti. Guarda più su. C’è una protuberanza. È il clitoride. Accoglilo nella tua bocca e trattalo come se fosse un mio capezzolo.” Dischiudo le labbra e le aggancio al clitoride. Mia madre ha un sussulto. Con la lingua lo stuzzico. Sento che si indurisce. Sta crescendo nella mia bocca. Lo mordo. Il corpo di mamma incomincia a vibrare. Il clitoride ha raggiunto le dimensioni di circa due cm. È il momento di trattarlo come un capezzolo. Lo avvolgo con la lingua e comincio a succhiare. Allo stesso tempo la mia mano continua ad essere stantuffata nella sua vagina. I gemiti aumentano. Il respiro diventa più profondo. Il corpo sembra essere attraversato da corrente elettrica. Poi un urlo riempie la stanza. Le sue mani sono entrambe sulla mia testa e la spingono contro la sua vagina. Sento un denso e cremoso liquido invadere la mia bocca. Mamma sta godendo e sta eiaculando nel mio cavo orale il suo nettare. Dopo diversi minuti avverto che il suo corpo si sta rilassando. Ecco cosa voleva dire quando ha detto che il suo corpo avrebbe parlato per lei. Estraggo la mano dalla sua vagina. Alzo la testa e la guardo. Sta sorridendo. “Lo sai cosa hai fatto?” “Dimmelo tu” “Hai scopato tua madre. Sei stata brava. Mi hai fatto godere. Ti è piaciuto?” “Si mamma” “Vieni. Metti la testa sul mio petto” Mi rannicchio contro il suo corpo. Lei mi cinge con le braccia e mi accarezza. “Mamma è la prima volta che fai sesso con una donna” “No, è già successo” “Quando?” “Ero incinta di te. Avevo un pancione enorme. Avevo difficoltà a lavarmi la vagina dopo aver fatto pipì e non solo. Un giorno una donna che sta, giorno e notte, nella nostra casa si offre di aiutarmi. Acconsento. Dopo avermi lavato mi porta in camera sua e mi fa stendere sul letto. Mi fa allargare le cosce e comincia ad asciugarmi. Improvvisamente fionda la sua testa fra le mie gambe e comincia a leccarmi la fica. Sono colta da strane sensazioni. Mi piace essere leccata. Invece di ribellarmi la incito a continuare. Mi porta al raggiungimento di uno spaventoso orgasmo. Quando tutto finisce mi chiede scusa dicendo che è stato più forte di lei. Le dico di non preoccuparsi.” “Ti piacque? L’hai più rifatto? E quella donna l’hai più vista?” “Oh, si, mi piacque molto tanto che dopo quella volta ci incontravamo tutti i giorni e davamo libero sfogo alla nostra libidine. In seguito i nostri incontri si sono diradati. Spesso la vedo. Solo ogni tanto ci abbandoniamo ai piaceri del corpo e prima che mi domandi se la conosci ti dico: sì la conosci. È tua nonna, mia madre.” Sollevo la testa e con un’espressione di sorpresa dipinta sul mio volto la guardo negli occhi. “Hai fatto sesso con nonna ed ogni tanto vi incontrate per ricordare i tempi passati? Vi amate? Voglio dire siete amanti?” “Se vuoi sapere se nutro per lei lo stesso sentimento che tu nutri per me ti dico no; non sono mai stata la sua amante. Il nostro è unicamente desiderio. Non c’è altro.” “Grazie per avermelo detto. Ti amo. Tu sei e sarai il mio unico amore” Allungo il viso verso la sua bocca e le do un bacio sulle labbra. Mia madre risponde al bacio. “Anch’io ti amo. Tu non sei più mia figlia. Sei la mia amante. Fra le mie braccia raggiungerai le vette del piacere. Ti porterò a spasso per la Via Lattea e conoscerai le meraviglie dell’universo” Mi fa stendere. Si mette carponi. E mi bacia incominciando dalla bocca. Con la punta della lingua picchietta il mio petto. Lecca le mie mammelle. Fa vibrare la lingua sui miei capezzoli che solleticati si ergono e si induriscono. Li stringe fra le labbra. Li succhia. Mi piace come schiaccia i miei capezzoli contro il suo palato. Gemo. Un primo lieve orgasmo mi invade il corpo. La mia gattina incomincia a riempirsi di squisiti umori. Le dita di una mano di mamma sono fra le mie cosce. Sono in cerca della mia vagina. Le facilito il compito tirando su le gambe ed allargandole a 160°. Sento che si fanno strada tra i ricci ed ispidi peli che coprono la mia pussy. Finalmente sono sulle grandi labbra. Le penetrano e agganciano le piccole labbra. Le strizzano. La stretta mi strappa un piccolo nitrito. Lei gioca con le piccole labbra titillandole con le dita. Raggiungo un altro orgasmo. Le dita si spostano e salgono verso l’organo del piacere, il clitoride. Lo trovano. Lo artigliano. Non ha bisogno di essere stimolato. È già duro. Lo tratta come se fosse un piccolo fallo. Mi fa una sega. Ancora un nitrito ed ancora un orgasmo. Smette di succhiare i miei capezzoli e scende con la testa fra le mie cosce. Sento la sua lingua che lambisce le mie grandi labbra. Le creste delle piccole labbra sono strette fra le sue labbra. Le succhia. Le lecca. Il sangue affluisce copioso nei capillari che attraversano la mia vagina. Sono tutta un fuoco dentro. Il mio corpo urla la sua libidine. La bocca di mia madre è sul mio clitoride. Lo accoglie fra le sue labbra. Lo stuzzica con la punta della lingua. Lo succhia. Mi sta facendo un pompino. Sono attraversata da scariche elettriche. Una tempesta ormonale si scatena dentro di me. Sotto l’azione della sua bocca sul mio inturgidito clitoride il mio corpo non resiste. Un urlo da scrofa sgozzata mi esce dalla gola e riempie la stanza. Uno sconquassante orgasmo scuote il mio corpo. Dalla mia uretra una lava di magma biancastro viene fuori ad onde e si riversa nella bocca di mia madre che lo ingoia. Gabrielle introduce la lingua nell’orifizio vaginale e lappa anche gli umori frutti dei precedenti orgasmi. Non resisto. Svengo.
P. S. Questo è un racconto di fantasia. Ogni riferimento a persone viventi o decedute è puramente casuale.
|