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Pubblicato : 05-09-2010 | Autore : severino
Categoria : Etero | Totale Visualizzazioni : 5330 | Votazione :


  
severino

Clinica tedesca. Dovevo sottopormi ad una serie di visite mediche, per stabilire un programma teperapeutico volto al dimagrimento. Di fronte la dottoressa assegnata al mio caso; sullo sfondo l’infermiera che l’assiste. La dottoressa è sulla quarantina. Bionda, con capelli corti tagliati a caschetto. Non alta, solo leggermente tendente alla pinguitudine. Il camice d’ordinanza è di poco sbottonato sul petto, ma più che da questo piccolo varco – tuttavia eccitante per come i seni si toccano, disegnando la tipica figura dei due semiarchi tangenti nella loro parte mediana -  indovino tonicità e dimensioni da come l’intero apparato solleva il camice, per profondo e largo tratto. Rapido calcolo: una quinta piena, coppa C. Forse, semicoppa, dal momento che i capezzoli s’intuiscono turgidi e rilevati, sotto. A onta di questa mia parziale dissezione meramente anatomica, i modi appaiono distaccati, professionali. Decisi, quasi bruschi. Il primo comando che mi impartisce è congruente con la dinamica della situazione. Si spogli. Eseguo, ma colgo un tratto di disappunto appena disvelato da un fugace batter di palpebre. Chiarisce: integralmente. Rimango perplesso di fronte a questa richiesta: mi ero messo in mutande e ciò credevo bastasse per valutare la mia linea, e anche avessi dovuto pesarmi certo un paio di etti di tessuto non avrebbero sostanzialmente falsato la misurazione. Del resto, mi dico che anche questo fa parte della rigida professionalità teutonica, ove l’esattezza è posta come valore da perseguire in senso assoluto. La visita inizia. Senza tradire alcuna emozione, la dottoressa saggia con le due mani il tesssuto adiposo attorno all’ombelico, presso i fianchi, alternando l’esame con quello presente presso i quadricipidi femorali. Per far questo – per corroborare la sensazione tattile di riscontri visivi – più volte discosta il mio membro, ora solo spostandolo, ora tenendolo fermo per qualche attimo. La ripetuta insistita manovra si svolge mentre il mio sguardo – quasi giocoforza, essendo la dottoressa china su di me – è fisso su quanto si scorge del suo petto, che regge con insospettabile compatta fierezza i rapidi sussulti a cui il tronco lo sottopone. Protraendosi la doppia indagine (della dottoressa sul mio corpo; dei miei occhi sul suo seno), il membro tende all’erezione. Imperterrita, la dottoressa (da ora, denominata K) seguita l’esplorazione, con una meccanicità di gesto e fissità di sguardo che non lascia dubbi sull’intenzione puramente medica. Dopo poco, ha finito. Si leva, si porta alla scrivania. Apre una cartella, impugna una biro. Ancora prima di iniziare a scrivere – ancora in tempo a prevenire il dissolvimento della mia semierezione – esclama con voce neutra, dopo un rapido sguardo: conservi la postura erettile: il programma terapeutico necessita anche del prelievo di campioni di sperma. Dunque, dovrò recarmi in uno stanzino, ma dov’è? Prima che potessi fare mente locale all’ubicazione di questo eventuale ritirato spazio, K chiama l’infermiera. Essa (da ora, denominata X) è  subito a lato di me con una provetta. L’ordine di K è tanto perentorio quanto impersonale: si masturbi. Vorrei obbiettare: qui? Invece mi sento trascinato in questo flusso di logica consequenzialità e principio agitare l’asta presa tra il medio e il pollice. Cosa pensare? Dove guardare? A differenza di K, X l’avevo scorta appena, sullo sfondo dello studio. Ora che mi è a lato ne posso vedere il lungo abbronzato braccio e l’affusolata mano, mentre regge la provetta, pronta a cogliere il richiesto liquido. Decido – più che roteare gli occhi onde ampliare il campo visivo, manovra che potrebbe apparire concitata ed allusiva – di muovere appena il collo con studiata casualità, come per far vagare lo sguardo sull’arredamento del locale, tornando di quando in quando a fissare il pavimento. Così facendo posso scorgere le gambe nude di X: ben disegnate, e con quel particolare tono di brunitura – quasi assimilabile ad una calza di media tonalità – che ipso facto promana potente carica erotica. Ne vedo buona parte perchè la gonna -  pur facente parte della candida divisa che suppongo essere in dotazione – è insolitamente corta. Ai piedi, scarpe nere con tacchi medio/alti quasi a spillo. Degna  cornice per l’eccitazione, non fosse per quel fugace pensiero che in un recesso della mente mi fa osservare: tipico pragmatismo tedesco: dopo il lavoro, subito pronta per il ballo! Ora, si tratta di eiaculare.  Quel che vedo di X, certo è propiziatorio. Ma le peregrinazioni rotatorie del mio collo prevedono anche sguardi verso K. E’al tavolo che scrive, ora alzando il capo verso di me per accertarsi del procedere dell’operazione. Lo  fa repentinamente, quasi fosse in sintonia con lo sviluppo dei miei pensieri: alzando il capo fa risaltare ancora di più la V della scollatura, che ora mi pare più profonda. Il suo sguardo è gelido, e il contrasto tra l’esuberanza corporea e l’apparente freddezza degli occhi è paradossalmente decisivo: fuoriesce il getto biancastro, lestamente raccolto da X. Prima che possa ricompormi ecco la mano di X reggere una salvietta. Me la sta passando? No, essa la avvolge attorno al membro, e rapidamente la ritrae, per una rapida pulizia. E K, cosa sta facendo? E’ già in piedi, camminando verso la porta esclama rivolta a X: fissa tu un appuntamento per la prossima visita, io sono attesa in riunione. Buongiono, signor Severino. Recupero le mutande, faccio per indossarle. Aspetti a rivestirsi – m’apostrofa  X, che è in piedi dietro la scrivania di X, ma in piedi, con in mano il registro delle visite – se  lo fa subito una goccia potrebbe macchiare le mutande, con ciò falsando future rilevazioni. Sono dunque lì, nudo, mentre X trascrive i miei dati.
Ora le vedo il volto: un gradevole ovale, incorniciato da lunghi capelli castani. E’ molto giovane, direi non più di vent’anni, con occhi grandi ed espressivi. Ne’ maliziosi nè vacui: rilvelanti piuttosto una forza tranquilla. Cinque  minuti sono passati, forse anche di più. X pare anch’essa avere calcolato il tempo, e mi dice: ora può rivestirsi, ma prima occorre sincerarsi della completa pulizia. Viene verso di me, probabilmente mi darà un fazzolettino di carta. Invece  con veloce grazia s’inchina, e con la lingua raccoglie dal glande una goccia superstite. Atleticamente s’alza e m’informa del prossimo appuntamento: tra tre giorni in questo studio alle ore 14,30 precise, la dottoressa non tollera ritardi. Buongiorno. [prima puntata, altre seguiranno]




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