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Ho 48 anni e sono vedova da 7; all'inizio fu molto difficile ma mi aiutava a sopportare la mancanza della buonanima la presenza in casa dell'unico figlio. Molto simile in tutto al padre: un gran bel pezzo di ragazzo e con lui in casa era un viai vai di ragazzi e ragazze che mi distraevano con la loro allegria. Da più di anno purtroppo è andato a vivere in una grande città molto distante per gli studi universitari. Ora avverto drammaticamente la duplice assenza.
Il lavoro di docente in un istituto superiore non riesce a distrarmi tanto dalla mia solitudine che sento sempre più pesante.
La mia vita però ha preso una piega ben diversa un paio di mesi fa.
Una mattina mi presentai a scuola con l'umore peggiore del solito; non avevo chiuso occhio per buona parte della notte, sentivo il freddo del letto vuoto, l'assenza anche del mio adorato figlio e con molto anticipo sul mio orario di servizio mi presentai a scuola con la debole speranza di distrarmi. La collega-amica del corso notò subito il mio stato d'animo, si preoccupò e di fronte alla mia reticenza, mi impose di andare al bar; mi costrinse a consumare la colazione in una saletta interna e rivelò tutta la sua preoccupazione per il mio stato.
Mi fidavo di lei e confessai la mia solitudine e l'incapacità di vedere uno sbocco alla mia vita.
Mi rimproverò, mi disse che non potevo nè dovevo gettare la spugna alla mia età. Elogiò il mio carattere e il mio entusiasmo che avevo perso col tempo per strada. Disse che ero tutt'altro che da gettare: occhi grandi e profondi, seno considerevole. Le risposi che invece quello per me era stato sempre un problema; il mio seno, farei meglio a chiamarle tettone, erano state spesso per me motivo di vergogna e poi non mi sembrava che gli altri l'avessero mai apprezzato. Mi diede della stupida: "come non ti sei mai accorta che i colleghi parlano di te, del tuo corpo, delle tue "tettone" come le chiami tu con invidia, per non parlare poi del tuo sedere, ancora alto e sodo. E i ragazzi... hai mai notato che ti mangiano con gli occhi.."
L'ascoltavo con sempre crescente attenzione; pensavo dicesse quelle cose per consolarmi. Poi mi esortò a guardarmi meglio allo specchio, a curare di più l'immagine; con un pò di trucco, tacchi un pò più alti e un tagli di capelli più sbarazzino metteresti ai tuoi piedi mezza scuola, alunni compresi.
Andammo in classe e non successe più nulla salvo che guardai con altri occhi i miei ragazzi e mentre parlavo con loro, osservavo che non mi guardavano negli occhi o nel viso, ma puntavano i loro occhi curiosi proprio sulle mie tette. Camminavo tra i banchi e notavo che anche il mio sedere era oggetto della loro attenzione. Tornai a casa più sollevata, ma la giornata era destinata a cambiare la mia vita.
Nel primo pomeriggio mi bussò alla porta la mia dirimpettaia: era una signora poco più giovane di me. Aveva due figli, uno sedicenne che studiava in un'altra scuola della stessa città e uno di poco più di un anno, nato probabilmente per un "incidente di percorso" con notevole distanza dal primo. Era un pò agitata, mi disse che avevano ricoverato d'urgenza il padre, doveva recarsi in ospedale, il piccolo non riusciva a prendere sonno e il grande doveva fare compiti che trovava molto difficili. Mi implorò di darle una mano d'aiuto, era disperata !
La rassicurai che poteva andare tranquilla, avrei badato a tutti e due. Andò via un pò più tranquilla; a casa sua presi il piccolo tra le braccia.
Gli sorrisi, qualche dolce bacio e tenere carezze e al calore delle mie tette si addormentò come un angioletto.
Il grande era un ragazzino smilzo e timido, per le scale mi salutava senza riuscire ad impedire di arrossire; gli chiesi di cosa aveva bisogno.
Tentò di rifiutare la mia offerta di aiuto, più per timidezza che per altro. Mi sedette accanto a lui e accostandome per guardare nel libro cosa stesse studiando, la mia tetta sinistra premette sul suo braccio; compresi subito il suo disagio, gradito però; arrossì, ma non si staccò da quella posizione. Cominciai a parlargli dell'argomento di studio, mi ascoltava ma i suoi occhi erano altrove. Capii che la sua attenzione era rivolta solo al mio corpo; muovendomi sulla sedia feci salire un pò la gonna che era già corta.
Quando lo interrogai per sapere cosa aveva capito, mi rispose che non era riuscito acapire granchè. Lo stuzzicai cambiando discorso; "forse pensi alla tua ragazza ? dì la verità, è bella come te, vero ?" al solito arrossì, confessò di non avere una ragazza, ma vidi che intanto la patta dei suoi pantaloni si era gonfiata.
"E' impossibile, dissi, che un bel ragazzo come te non abbia una ragazza; davvero le ragazze di oggi sono solo delle ochette senza occhi e senza gusto. Sono sicura che tu sei bello anche dentro" e così dicendo puntai gli occhi sulla sua patta. Lui capì, arrossì e si giustificò balbettando: "non l'ho fatto apposta, signora, lei è così bella... e poi io... spesso penso a lei.. mi capita... anche quando non dovrei..."
Era in un terribile stato di confusione; pensai che dovevo battere il ferro finchè era caldo...e duro. Posai la mano sulla sua gamba e risalii lentamente verso l'inguine, lo strinsi tra le mani; non immaginavo che un corrpo così magro potesse nascondere tra le gambe un arnese così lungo e duro. Lui chiuse gli occhi e sospirò profondamente, ma subiva la mia iniziativa senza apparente partecipazione.
Abbassai rapidamente la cerniera, tirai fuori il suo giovane e caldo cazzo: era una meraviglia; sicuramente era vergine. Quando lo strinsi con l'intero palmo della mano ne restava scoperta ancora una discreta superficie: lo elogiai, gli confidai che le ragazze di oggi non capivano niente delle cose importanti della vita e che io potevo dargli il giusto valore. Gli chiesi il permesso di baciarlo, ma era solo per stuzzicarlo di più e soddisfare soprattutto la mia sete di cazzo; era il primo che toccavo dalla scomparsa di mio marito. Avevo qualche volta intravisto quello di mio figlio, ma avevo preferito fingere di non vederlo per non complicare anora di più la mia vita.
Mi chinai e lo baciai sul glande: era un fuoco, lo leccai per tutta la lunghezza. Lui mugolava come un gatto in amore. Timidamente mi toccò la spalla, compresi la sua voglia e, alzandomi un pò gli mostrai a pochi centimetri dal suo volto le "tettone" e dissi sfrontatamente: "vuoi toccarle, vero ? puoi, sono tue per oggi e per quanto le vorrai"
Mi allargò la camicetta facendo saltare un paio di bottoni, infilò le mani tremanti dentro il reggiseno e fece balzare fuori prima uno poi l'alktro seno, li strinse forte tra le mani, li baciò freneticamente, si attaccò ai capezzoli come un lattante affamato e succhò con un'avidità che mi procurò qualche piccolo fastidio. Era maggiore però il piacere che mi procuravano le sue attenzioni; io intanto non avevo mai lasciato la presa di quello splendido attrezzo. Lasciai la sedia, m'inginocchiai tra le sue gambe e presi il suo uccello golosamente in bocca, poco a poco lo feci sparire, lo succhiai con dolce violenza; vibrava dentro di me, stuzzicavo il canale esterno e ne sentii salire nervisamente il dolce sperma che tra cento sussulti depositò nella mia bocca. Ingoiai silenziosamente la sua sborra fino all'ultima goccia, lo asciugai con la lingua e, alzandomi, lo baciai sulle labbra e sorridendo gli dissi: "sei un ragazzo stupendo e mi hai conquistato"; decisa a fargli da maestra gli dissi: "sai come si chiama quello che ti ho fatto ? è un pompino, te ne farò tutti quelli che vorrai, se sarai bravo con me e non ne parlerai mai con nessuno, intesi ?" e dicendo queste ultime parole, per legarlo meglio al giuramento di silenzio, lo strinsi alle tette e lo feci giurare con la bocca che sfiorava le "sue" adorate tette.
Poi abbiamo fatto un pò di compiti, anche se era ancora distratto e avrebbe voluto riprendere quell'attività nuova e incredibile per lui. Quando la madre telefonò per sapere com'era andata, lui la rassicurò che il fratellino dormiva profondamente e che stava facendo bene i compiti con me, poi sua madre volle parlare con me, mi ringraziò molto di cuore e mi chiese un ultimo grosso sacrificio: avrebbe ritardato ancora un'oretta almeno. Quando chiusi il telefono capii che avevamo tempo per un'altra "lezione" di pompino: fu ancora più bello, durò più a lungo e mi riempì di nuovo la bocca.
Al ritorno della madre le confessai che suo figlio era stato diligente, am aveva ancora parecchio da imparare e non mi sarebbe dispiaciuto seguirlo per "insegnargli" tante altre cose ancora.... continuerà |