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C'eravamo salutati, Francesco diceva di avere fretta per passare dal deposito a prelevare il ricambio necessario per la riparazione della lavatrice e pranzare con la madre che, da quando era rimasta improvvisamente vedova viveva solo per lui. Di fatto non ci eravamo mossi nessuno dei due e, ancora nudi, parlavamo.
Mi raccontava della situazione di sua madre, inconsolabile vedova; piangeva spesso e soprattutto di notte, aveva preteso che dormisse con lei per non sentirsi troopo sola. Questa confessione mi creò curiosità e mi insinuò sospetti che non volli al momento aprire a Francesco. Lui al solito era molto gentile e affabile con me: aveva ripreso a darmi del lei e mi chiamava" signora" con molta educazione e rispetto.
Per alleggerire la conversazione ironicamente lo rimproverai dicendogli che prima mi aveva dato del tu e che mi aveva rivolto complimenti non proprio eleganti. Arrossì in viso, si scusò e confessò che in preda all'arrapamento aveva sentito insopprimibile il bisogno di affibbiarmi quegli epiteti: troia e puttana. Gli dissi che non doveva sentirsi in colpa e perciò non doveva scusarsi... e poi in fondo mi era piaciuto perchè mi aveva aiutato a scoprire la vera natura del mio carattere e della mia voglia per troppo tempo insoddisfatta.
Gli proposi che, se voleva lavarsi, poteva approfittare del bagno e gli feci strada camminando a piedi nudi e nudo tutto il resto del corpo. Mi seguì come un cagnolino, gli indicai il bidè e la tovaglietta ospite del "cornuto": lo chiamai proprio così, un pò per stuzzicarlo ancora e un pò perchè avevo visto che il suo cazzo non si era affatto messo a riposo ma mostrava ancora, per durezza ed estensione, una buona voglia di scopare. Mi passò accanto strusciando col suo corpo le tette e mi disse: "per la foga non avevo notato queste splendide tette, le ho troppo trascurate... sono proprio splendide.. soprattutto questi bottoncini sfacciati e provocanti".
Lo seguii fino al bidè, si accomodò a cavalcioni, presi la saponetta di lavanda, la bagnai nell'acqua calda e insaponai delicatamente l'interno delle sue cosce, le palle, titillavo maliziosamente il buco del suo culo e risalevo lentamente e con grazia a massaggiare con la schiuma profumata la sua mazza per l'intera lunghezza del fusto: in un attimo ritornò vigoroso, duro e lungo: era un piacere degli occhi e della mano. Francesco rimase immobile, chiuse gli occhi quasi strizzandoli, mi accostai ancora di più a lui senza smettere di insaponare quella splendida creatura che aveva tra le gambe. Sentì il calore del mio corpo, accostò la sua faccia alla tetta sinistra che gli stava addosso, la baciò ne succhiò golosamente il capezzolo, mi cinse con il braccio la schiena e carezzò a lungo le natiche e il culo che aveva poco prima violentemente penetrato e profanato. Il suo cazzo cresceva a dismisura nella mia mano che ne misurava durezza e lunghezza e ne avvertiva anche un calore quasi stesse per scoppiare; fui presa dal timore che sborrasse inutilmente sulla mano e sul bidè, mi inginocchiai quasi magneticamente attratta dal desiderio fortissimo di succhiarglielo: gli allargai ancor di più le cosce, il suo cazzo si allungò ancora di più in avanti e con le tette assopite sulle sue cosce mi gettai con un fremito eccezionale sul glande. Lo coprii di baci, lo leccai, lo infilai nella mia bocca che avida lo ricevette come un frutto proibito del paradiso. Presi a succhiarlo con bramosia; i pochi pompini della mia vita li avevo fatti a mio marito molti anni prima quando desideroso di scoparmi era ostacolato dalle mie mestruazioni che lo schifavano. Allora ero quasi costretta a spompinarlo, ma senza ardore e passione. Non mi era mai piaciuto e soprattutto mi ero sempre rifiutata di ingoiare la sua sborra, così come lui si rifiutava di penetrarmi durante le mestruazioni.
Ora era tutto diverso: il cazzo giovane, fremente di desiderio e grandissimo di Francesco mi faceva impazzire di passione. Aspiravo con tutte le forze quell'asta di carne e sangue con voracità, mugolava come un toro in calore, si tirava indietro sulle spalle per offrirmi uno spettacolo ancora più mirabolante del suo attrezzo che mi sforzavo di ingoiare per intero. Intanto lo muovevo dentro la mia bocca, appoggiandolo al palato duro, sulla lingua, sulle gengive: era uno sfarzo di libidine; con la punta della lingua forzavo il buco del glande, ne solleticavo il prepuzio e quasi per calmare o accrescere il suo orgasmo lo bagnavo della mia saliva tappando il buco che prima avevo stuzzicato.
In un estremo sussulto di piacere gridò, mormorò frasi sconnesse, mi implorò e aggrappatosi con forza al mio culo mi urlò alle orecchie: "troia, padrona del mio cazzo, puttanona, bevi la mia sborra, ingoia, ti farà bene e ti lascerà ancora più desiderio di scopare con me".
Mentre diceva queste parole che mi riempivano di orgoglio perchè mi facevano davvero sentire la dominatrice degli istinti assopiti e primordiali di Francesco, riempì la mia bocca di una quantità di sborra calda e densa che non immaginavo potesse produrre dopo così poco tempo.
Ingoiai con gusto e assaporando la dolcezza di quel miele che riempiva la mia gola dopo avere riempito il mio intestino: Ero felice, ora avevo dato senso alla mia vita: Niente sarebbe stato più uguale a prima.... |