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Pubblicato : 11-09-2010 |
Autore : uomovento
Categoria : Etero | Totale Visualizzazioni
: 3036 | Votazione :     
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"Milady, siete attesa nella sala da thè, da questa parte prego". Coperta
di abiti lussuosi la giovane donna si alzò dalla poltroncina sita
nell'atrio, sotto la grande finestra e con accanto un piccolo tavolo sul
quale erano accatastate vecchie riviste e vecchi album. Durante il suo
passaggio il maggiordomo la precedeva per tenere aperta l'anta della
porta, richiuderla alle sue spalle, superarla nuovamente per reggere la
porta successiva. Il tutto ripetuto lungo il percorso da seguire
dall'ingresso allo studio dell'Economo. Numerosi corridoi illuminati con
alternanza di grandi finestre e tendaggi legati con cordoni e nappe. A
terra grandi tappeti orientali riccamente ricamati con disegni floreali e
motivi geometrici. Una dimora non eccessivamente grande ma sontuosa e
arredata in perfetta sintonia con la campagna circostante. Trofei di
caccia alle pareti e, negli angoli irregolari dell'antica costruzione,
fanti in armatura con la spada sotto i palmi delle mani, all'altezza del
petto, dritta sino ai piedi, il capo inclinato in avanti, in posizione
di sfida, le fessure degli elmi rivolti ai passanti. L'ultima porta e il
maggiordomo si pone al centro dello spazio, annunciando con voce alta e
regolare l'ospite che sarebbe entrato. Un cenno di congedo ed ecco
avanzare la Dama, lenta passo dopo passo, in equilibrio sulle calzature e
le caviglie esili, eretta nel capo e nella schiena, davanti ad un uomo
di mezza età, curvo sulle carte e al centro di una enorme scrivania in
legno spesso e carica di incartamenti e documenti. L'Economo alzò il
capo, poggiò la penna sul foglio e fece "Siete voi Milady, quanto tempo
non vi vedo, vi vedo in ottima forma...come sempre del resto..
accomodatevi" l'ultima parola fu seguita da un baciamano gentile ma ne
galante ne viscido, poichè l'uomo, nel breve tempo necessario a
rivolgerle quelle parole, aveva girato intorno al tavolo e le era venuto
incontro con sorprendente agilità. Spostò una poltrona di pari
grandezza e importanza sulla quale egli stesso era seduto e attese
finchè lei non si fosse accomodata. Lei sedeva impettita, le braccia
lungo i fianchi, le mani guantate e le dita annodate su di una piccola
pochette di cuoio bianco con cuciture geometriche e con i manici di
metallo dorato. Anche l'abito era bianco, con qualche ricamo in blu e in
rosso, la scollatura non accentuata ma comunque interessante, serrata
per nascondere l'anfratto dell'accostamento dei seni, ma
sufficientemente lenta per eccitare una fantasia audace. Il colloquio
che seguiva sarebbe stato lungo e tedioso, l'Economo aveva riportato su
libri di ottima fattura le entrate e le uscite delle proprietà della
Dama, ogni botte di vino, ogni sacco di grano, ogni barile di birra,
farina, sale, tutto era riportato con meticolosa imparzialità e in bella
caligrafia, il tutto era letto ed esposto con meccanica lentezza.
L'elenco del personale di servizio era ricco di aneddoti, precisazioni
quali "il signor Mercury ha una relazione amorosa con la giovane
aiutante di cucina" erano riportati con la stessa meticolosa
imparzialità del numero dei barili e delle botti.
La Dama iniziava a dare segni di turbamento. Il corsetto di lana era
eccessivamente caldo. Il colorito del viso da omogeneo e vagamente
diafano ora era acceso e vario, rosso sulle guance e rosato in fronte e
sul collo. "95 galline, 230 pecore, 41 mucche, 12 cavalli di cui 4 per
il cocchio, 5 pony, 4 asini..". Per allontanare uno sbadiglio lo sguardo
della giovane si posava sulle numerose scaffalature piene di libri.
Alcuni grossi come le travi del soffitto, altri sottili come pagine di
giornali ripiegati. Cercava di scrutare i titoli delle opere oltre la
polvere, spostando lo sguardo senza espressione da un tomo all'altro
finchè un'opera non attirò la sua attenzione. Il testo non era
impolverato, anzi, era lucido e facilmente raggiungibile. De Sade,
racconti. Posò lo sguardo sull'uomo, lo fissò così intensamente che
questi avvertì il peso dell'indagine su di se, quindi interruppe la
lettura. "Milady, qualcosa vi turba? ho forse sbagliato il conteggio? 20
ruote di carro erano nel magazzino, forse non è corretto?" La giovane
si riprese dal calore che l'aveva stordita. Pensando che la vampata
fosse visibile anche da fuori replicò nervosa, veloce e seccata. "Il
vostro calcolo è perfetto, continuate pure". Aveva i muscoli della
pancia tesi come corde di viola e la vampata, una volta abbandonato il
viso, si era concentrata nel basso ventre, dove insisteva scaldandola,
nella speranza di spegnere l'incendio cambiò inutilmente posizione sulla
poltrona. La voce proseguì con la stessa indentica lentezza ma il viso
della giovane non era più calmo e impassibile. Il sesso era penetrato
nei suoi pensieri e quella stanza, sempre uguale durante gli anni, ora
pareva diversa, era diventata il teatro della sue fantasie erotiche. Le
immagini pornografiche si affollavano nella sua mente, si vedeva distesa
sulla scrivania a gambe aperte al posto del libro con l'uomo che le
stava innanzi intento a perlustrare le sue intimità, con la lingua
golosa e insistente, le dita forti, curate e morbide entrare e uscire
dalla sua carnalità. Sotto l'aspetto del topo di biblioteca, sotto la
parrucca arruffata e impolverata si intravedono i tratti dell'uomo
virile, del giovane piacente che sa come assediare una donna matura che è
fuori dalla sua portata, dell'uomo maturo che sa come fare breccia in
una donna giovane e riluttante. Ma quali erano le sue passioni? Amava
cavalcare? Con queste fantasie e senza pensarci a fondo lo interruppe e
domandò.
"Dite Mr. Slater, quanti anni avete?"
"Milady?"
"Mr. Slater, dite, quanti anni avete?"
"42, Milady, 43 il prossimo luglio.." una pausa e poi
"..Milady, quando vorrete i documenti sono a vostra disposizione.."
"Sono sicura che il resoconto è corretto, manderò a ritirarlo il prima
possibile. Dite, è stato un inverno nevoso? come stanno i vostri
frutteti? hanno sofferto il freddo?"
La conversazione procedeva piacevolmente, la giovane donna, dapprima
impettita con la schiena ben distante dallo schienale ora si adagiava
sulla poltrona, ridendo divertita, poggiando le braccia sottili e
gesticolando con graziosa femminilità, muovendo la testa e la
pettinatura alta con spensierata letizia. Le due poltrone si
avvicinavano con piccoli movimenti e le braccia di lei,
involontariamente, si avvicinavano alla persona di lui. L'Economo colse i
messaggi della giovane e non fece nulla per scoraggiarli, anzi,
mostrava le gambe magre e muscolose. Senza essere scoperta la Dama
guardava attentamente ogni volta che poteva farlo. Il profumo di lei
riempiva la stanza e il desiderio erotico era tangibile in entrambi gli
individui. La nobildonna premeva il ginocchio contro il ginocchio
dell'uomo il quale conteneva pazientemente un'erezione spontanea e
vigorosa. La giovane si concentrava osservando sempre più distrattamente
il bozzo al centro delle gambe di lui, perse il filo della discussione e
rispose a caso più di una volta. Il rigonfiamento era ormai notevole
con la carne distinguibile sotto l'abito. La mano dell'uomo,
approfittando della posizione dominante data dall'altezza, le toccò il
collo, solleticandola dolcemente con un gesto carico di erotismo. Lei si
ritrasse immediatamente, fissandolo. L'uomo la attaccò dicendo "So cosa
avete in mente Milady, la servitù è lontana, siamo soli..", lei "Come
vi permettete, dimenticate la vostra posizione e il vostro decoro! Non
osate toccarmi! E cosa state insinuando?" Era in piedi, rossa in volto
dalla collera. Con calma l'uomo rispose "Pensate che io non sappia
leggere nei vostri occhi Milady?" Nessuno si era permesso di parlarle
così, cercava qualcosa da dire, aprì la bocca ma non produsse nessun
suono. L'uomo portò a termine l'affondo. "Ho visto con quanto turbamento
avete risposto prima, siete una sgualdrina, vestita da nobildonna, ma
sempre una sgualdrina." La furia di lei stava scoppiando ma fu sorpresa
alla vista dell'uomo che si slacciava le brache. "Eccovi accontentata
Milady, ecco il pane per i vostri denti" Si alzò anch'egli e le fu
affianco. Le mani della giovane donna erano strette sui manici della
borsa, gli occhi fissi sul sesso dell'uomo, la bocca chiusa in una
smorfia di disapprovazione e desiderio, la collera divampava ancora ed
era combattuta tra il desiderio di avere per se il fallo dritto e caldo
dell'uomo e il desiderio di vendicarsi dell'offesa ricevuta. L'uomo
continuava a offenderla toccandosi e masturbandosi davanti ai suoi
occhi. "Sei una giovane cavalla in calore" le diceva a bassa voce. Lei
alzò lo sguardo e lo fissò brevemente e come una forza della natura che
irrompa dopo essere stata a lungo trattenuta cedette al desiderio del
sesso. Posò la borsa e si umiliò.
Una volta in ginocchio fissò l'oggetto della sua fantasia, ora concreta e
realizzata. Invitò l'uomo a sedersi sulla poltrona poi lo prese in
mano. L'uomo la guardava impassibile, in attesa. La giovane avvicinò la
bocca, con la lingua inumidì la punta. Il braccio scendeva e si
arrampicava sul membro enorme, impugnandolo con la mano aperta, le dita
sottili stringevano il muscolo bruno e caldo. La bocca formosa si
avvicinava alla punta baciandolo a labbra strette, le dita aperte
scendevano lungo l'asta carnosa e spargevano la saliva colata durante il
bacio. Leccava i testicoli come una gatta culla i propri piccoli e con
la mano continuava a massaggiare il nervo gonfio. Non lo prese in bocca
ma si scostò e si alzò. L'uomo la guardava deluso. La giovane, sempre
vestita, si diresse alla scrivania, vi sedette sopra e allargò le gambe,
si voltò e gli fece cenno. L'uomo raccolse le brache che aveva alle
caviglie, si sedette alla sedia della scrivania e si trovò al centro
delle sue gambe aperte. La donna offrì l'intimità che fino a quel
momento era rimasta a bruciare e pulsare sotto i vestiti. L'uomo capì e
sorrise. Si fece spazio tra gli strati dei vestiti e raggiunse il
frutto, guidato dal calore e dal profumo dell'umidità. Scostò la
biancheria con un dito e con l'altro si introdusse nel corpo. La Dama
spinse indietro il capo, tra le scapole e le spalle, poggiata sui gomiti
sulla scrivania, il respiro corto e breve. Le gambe a mezz'aria e la
testa dell'uomo che la ispezionava. Con le dita la penetrava e con la
lingua coccolava l'esterno bagnato e pulsante. Mr.Slater aprì un
cassetto e ne estrasse un netsuke, un oggetto dell'abbigliamento
giapponese, un piccolo elefante grande come un mandarino, intagliato
nell'avorio. Liscio e sferico, perfettamente levigato e inciso con
precisione maniacale. Due piccoli simboli rossi recanti il nome
dell'artista. Portò l'oggetto sul monte di lei, lo sfregò con cura e con
dolcezza mentre con le dita continuava il massaggio interno. Invertì la
posizione e con la miniatura d'avorio maneggiava le labbra della
passera gocciolante. Lo introdusse e la pancia si alzava e si abbassava
seguendo il respiro, con lentezza e indecente soddisfazione l'uomo
faceva uscire ed entrare il piccolo oggetto dalla sua vulva. Rideva
soddisfatto e faceva colare saliva tra le sue gambe. Più il gioco si
dilungava più Milady respirava profondamente finchè grondò fiotti così
irruenti che dalla scrivania colarono a terra. Oscillava tra i brividi
del piacere e la vergogna della colpa per aver goduto intensamente con
le sole mani dell'uomo. La collera non manifestata si tramutò in
costernazione. I due si spostarono. Lei si sdraiò con la pancia sulla
scrivania e la testa davanti al membro dell'uomo. Il pene era ancora
gonfio ma meno duro di prima. Lo prese in bocca e cominciò a succhiarlo,
scappellandolo dolcemente con le dita. Mr.Slater la guidava senza darle
tempo di respirare. La giovane strofinava la mazza gonfia contro le
labbra e la lingua, seguiva la forma del muscolo con cura e con
dolcezza, lo faceva scivolare lungo le gengive, su un lato, adorava il
calore del membro dentro la guancia e più assaggiava e più le piaceva,
più ne aveva più ne voleva. Aveva la testa in confusione, era in collera
ma non ricordava il motivo. Si vergognava perchè l'uomo conosceva la
sua initmità, lo aveva trattato con muro di scostante superbia ed egli
lo aveva abilmente scavalcato, era stata sfidata e trattata come una
cavalla in calore e proprio come una cavalla smaniosa aveva aperto le
gambe e la bocca. Il membro dell'uomo usciva ed entrava tra le labbra e
per scacciare la vergogna la giovane chiuse gli occhi e strinse più che
potè. L'uomo si alzò continuando a premerle la carne venosa in bocca,
lei seguiva con la testa i movimenti, con gli occhi serrati e la bocca
aperta, le labbra aderenti all'asta. Non sapeva se smettere e imporsi,
ricomporsi e fuggire via o se rimanere la a subire la passione e l'abuso
dell'uomo che l'aveva offesa. La pallina d'avorio ricomparve. Le mani
forti dell'Economo raggiunsero il deretano e con un dito questi cominciò
ad entrare ed uscire dal buco. Le mani di lei si raccolsero sotto alla
minchia e il movimento da passivo e accomodante di prima, si fece attivo
e metodico. Succhiava serrando per bene le labbra, si staccava dal
membro per respirare e godere della vista della venatura, tornava ad
accoglierlo in bocca e inghiottiva la saliva per risputarla e spargerla
con le dita. L'uomo infilò la pallina d'avorio nel retto, la conficcò in
profondità con l'indice. La donna si irrigidì e si staccò dal nervo
caldo, inarcò la schiena e si oppose con parole sconnesse e insicure, la
sua non era una ferma opposizione ma una supplica. La vergogna tornò
perchè ancora una volta si accorse di essere indifesa, non dagli assalti
di lui ma contro la propria arrendevolezza, voleva imporsi un contegno e
non riusciva a metterlo in pratica. L'uomo le bloccò il polso prima che
lei potesse dire o fare qualcosa, fermò il pompino che stava ricevendo e
le sollevò la testa. La guardava come si guarda un animaletto sudato e
tromolante che sta in un angolo. Questo era lei, sudata e tremante di
desiderio e di vergogna, piegata e prostrata su una scrivania, con una
biglia di avorio infilata nel posteriore e desiderosa di essere forzata e
battuta, schiacciata e travolta, scopata e abusata. Lei ricambiava lo
sguardo. Uno sguardo di supplica. Voleva essere lasciata in pace, voleva
che l'uomo non fosse stato testimone della sua remissività, voleva che
la vergogna la lasciasse libera di alzarsi e andarsene ma di fronte al
desiderio la vergogna sebbene urlante e palese diventava insignificante e
la faceva restare in attesa, sottomessa e ubbidiente. Il viso era rosso
e acceso per l'attività, gli occhi erano più grandi del solito, aperti e
luminosi, vagavano nello sguardo di lui, senza convinzione, senza
accuse, senza appigli, contraddizioni e certezze. La nobildonna era
immobilizzata nella volontà ed era impossibile non percepire la collera
che divampava nello sguardo, con totale remissività, distolse lo sguardo
e abbassò gli occhi. "Così va meglio" disse l'uomo e girò intorno alla
scrivania.
Una volta dietro accarezzò le sue natiche da sotto gli abiti. Sfregò la
punta della carne madida e rovente contro la sua pelle. Nel mentre la
giovane muoveva la testa sospirando e gemendo, la schiaffeggiò più volte
sul sedere e lei strinse di nuovo gli occhi per il pudore offeso,
offrendo le natiche spingendole anzichè ritrarsi e scansarsi. Poco dopo,
senza preavviso, l'uomo la impugnò e la penetrò con fermezza. Attese
risoluto con la spada infilata nella preda. La giovane cominciò a
soffiare, come per spegnere un tizzone di brace, stringeva forte le
gambe, godeva lentamente per il bruciore e il calore improvviso che la
infiammava, aveva mille aghi congelati nella schiena, inflitti in veloce
successione al contatto dei sessi, dal coccige fino alla nuca. Sentiva
le mani dell'uomo intrappolarle i fianchi e impedirle i movimenti e
quando la vulva bagnata si rilassò per accogliere il membro il maschio
cominciò a scoparla. La pallina d'avorio ancora infilata nell'ano si
muoveva in sintonia con il bastone che la percuoteva e stringendo i
muscoli la faceva uscire. Il sottile muscolo dell'ano si dilatava
lentamente procurandole un intenso piacere concentrato e circolare che
vibrando la pungeva dalle cosce al collo, una volta fuori l'uomo spinse
di nuovo la pallina dentro di lei con il pollice e mentre la possedeva
l'avorio entrava e usciva dal suo corpo ripetendo il piacere che
paralizzava il suo arbitrio e immobilizzava la sua volontà. Si sentiva
appesa a un tronco spesso come un albero secolare durante una folata di
vento inifinito e ululante. Un terremoto che la calpestasse senza
potersi mettere in salvo. Avvinghiata a un polipo gigante, caldo e
possente che la ricopre di un'infinità di ventose. L'uomo la teneva
inchiodata con le braccia e la schiacciava con i movimenti, la ragazza
rispondeva ad ogni colpo spingendo la schiena e piegandosi per favorire
l'unione.
Il maggiordomo spiava attraverso un buco del muro. Sapeva che l'Economo
riceveva signore distinte con il solo scopo di intrattenere "piacevoli
conversazioni" ma non poteva immaginare che una nobile così giovane e
facoltosa potesse recarsi li per quello stesso motivo. Dal buco i due
erano visibili per metà. La nobildonna era di schiena, con il volto
riflesso in uno specchio posizionato ad arte dal maggiordomo stesso,
aveva il viso sudato e lucido per come la luce vi sbatteva, la
capigliatura in disordine e aveva il seno compresso dalla posizione e i
vestiti. Gli occhi chiusi e serrati, la bocca aperta e la mascella
sottile immobile e incastrata. Il maggiordopo chiamò una servetta a
bassa voce, si slacciò le braghe e tirò fuori il pene gonfio. La
servetta, che conosceva molto bene quel gesto e quel pene, posò il cesto
con le vivande e si accovacciò. Portò alla bocca il membro e cominciò a
succhiare. La nobildonna respirava affannosamente e con le mani teneva
le proprie natiche aperte e disponibili. L'Economo scansò l'avorio, uscì
dalla fica della giovane, passò la punta del muscolo sopra all'ano e vi
si impose. Reggendola per i polsi esili la sbatteva con crescente
energia, le mani di lei erano aperte sulle natiche e le dilatava
separandole. Con la clava infilata nel retto di lei l'uomo si liberò del
seme fino ad allora trattenuto. Fuori la servetta mungeva il robusto
maggiordomo con la mano piccola, calda e umida. Riceveva gli schizzi di
seme sul viso e raccoglieva con la lingua le gocce che aveva sulle
labbra. I due uomini respiravano intensamente con il cuore che palpitava
furioso, chiusero gli occhi per isolarsi e per godere del piacere in
momentaneo distacco. Le due donne erano perfettamente consapevoli del
proprio ruolo, appagate dal desiderio di avere e di dare, contente di
essere usate come oggetti. Il maggiordomo si rivestì e scacciò la
servetta con il solito modo frettoloso e con la solita pacca sul sedere,
questa rise e andò via. L'Economo si asciugò l'asta e i genitali sugli
abiti di lei, le diede due pacche sul sedere e borbottò qualcosa, si
abbottonò, andò a sedersi alla scrivania e si accese la pipa.
La Dama si tirò su, si aggiustò la capigliatura, si ricompose l'abito e
ritoccò il trucco. Poi disse "Tornerò io stessa a ritirare i libri della
contabilità, fatemi sapere quando potete ricevermi" Si diresse verso la
porta che automaticamente si aprì dall'esterno. "Accompagnate
gentilmente Milady alla sua carrozza" disse Mr.Slater. "Senz'altro
signore" rispose il maggiordomo. |
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Racconto a Caso |
Autore : EMOZIONANTE
Conoscere in una cognata una donna molto eccitante.....troia!!! |
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