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“Hai ancora il desiderio di fare l’amore con
me?”
Una domanda che mi lascia di stucco. Sono
sconcertato. Mai, dopo quanto accaduto, mi sarei aspettato che una tale domanda
mi venisse rivolta, così esplicitamente, dalla persona che più desidero
possedere.
È trascorso circa un anno da quando, in preda
ad un raptus libidinoso, mi introdussi nel suo letto e tentai di possederla.
Tutto è incominciato una notte dell’estate
scorsa.
Avevo appena saputo di aver superato a pieni
voti gli esami di maturità. Telefono immediatamente a casa per dare la notizia
a mia madre. Oltre a comunicarle la lieta notizia le dico anche che sarei
rientrato tardi perché voglio trascorrere ore in piena solitudine per scaricare
la tensione accumulata in queste ultime settimane. Con mamma abito in una villa
circondata da un ampio terreno. La proprietà è di Anita (mia madre) una donna
di 37 anni di una bellezza che non ha eguali. È unica. Racchiude in se le virtù
che hanno le tre dee che tentarono il troiano Paride: la bellezza di Venere, la
sapienza di Minerva ed il fisico di Giunone. Anita è un avvocato. Nel suo campo
dire che è brava è poco. Si occupa di danni all’ambiente e dei danni arrecati
alla salute dei cittadini. È divorziata da circa sei anni. Le ragioni che
l’hanno portata a divorziare da mio padre non le conosco e non voglio
conoscerle. Il giudice sentenziò, con soddisfazione di mio padre, il mio affidamento a mia madre. Allora avevo
tredici anni. Ho sempre voluto bene a mia madre. Non ho mai avuto segreti per
lei. Qualsiasi mia esigenza gliela esterno e se lei la ritiene giusta la
soddisfa altrimenti si apre un dibattito tra noi due e mi fa capire che non è
il caso di insistere su una cosa che non è opportuna avere. Sono le 23 quando
faccio rientro a casa. La villa è immersa nell’oscurità; c’è silenzio. Salgo al
piano notte. Una debole luce filtra dalla stanza di mia madre. Mi avvicino. La
porta non è completamente chiusa. Spingo e l’apro. Mamma è sul letto; stanca di
aspettarmi si è addormentata. Ha assunto una posizione fetale. Mi avvicino al
letto per darle un bacio. Quando sono quasi giunto vicino al bordo del letto mi
accorgo che Anita ha il culo tutto scoperto. La camicia da notte è arrotolata
fino ai fianchi. Non si vedono solo le natiche ma anche un folto cespuglio di
peli che incorniciano le grandi labbra della vagina. E’ la prima volta che vedo
le parti intime di mia madre. L’inquilino che ospito tra le gambe ha un
sussulto ed incomincia ad indurirsi. Sono estasiato da quella fantastica
visione. Prendo una sedia e mi ci siedo sopra. Resto così, in silenzio, a
contemplare il culo di mia madre. Una mano si lancia ad accarezzare il mio
inquilino che ormai duro spinge per essere liberato dalla prigione che lo tiene
stretto. Non lo trattengo. Faccio scorrere la zip e libero l’uccello che si
libra nell’aria con tutta la sua potenza. La mia mente fantastica. Mi vedo
disteso sopra il corpo di mia madre e penetrare la sua vagina con il mio fallo.
Non è la prima volta che penso a lei come donna. Già altre volte mi sono
masturbato avendo davanti l’immagine del suo corpo. Non vedo i lineamenti del
viso ma il mio subconscio sa che è mia madre. Questa sera prendo coscienza che
desidero possedere mia madre. In preda all’eccitazione mi spoglio e mi distendo
dietro al corpo di Anita. Con la mano prendo il cazzo ed avvicino il glande
all’ingresso della vagina. Do una spinta in avanti. Un urlo riempie il silenzio
della villa. Mia madre balza, prima a sedere sul letto e poi si precipita a
rifugiarsi in un angolo della stanza. Io, in preda alla panico, scappo dalla
stanza e vado a rifugiarmi nella mia camera chiudendomi dentro. L’ho fatta
grossa. Ho tentato di violentare mia madre. Adesso cosa accadrà? Il silenzio
regna assoluto. È una notte piena di paura quella che mi appresto a
trascorrere. Resto in attesa di una sua più che giustificata reazione. Niente.
Fino al mattino non il più piccolo rumore. Quando il sole è alto sento il
rumore di un auto che si allontana. Mia madre è andata via. Scendo dal letto;
apro la porta e guardo fuori. Il mio sguardo cade su un mucchio di vestiti
messi sul pavimento davanti alla porta della mia stanza. Sono i miei che,
scappando, ho lasciato nella sua stanza. Vi è attaccato un foglietto su cui vi
è scritto:
“Io e te dobbiamo parlare.”
È la reazione di mamma a quanto accaduto.
Deve farmi capire che quello che ho fatto è sbagliato e che non potrò mai
soddisfare i miei istinti animaleschi usando il suo corpo. E’ tardo pomeriggio
quando rientra. Il suo viso è contratto. Come suo solito mi saluta dandomi un
bacio sulla guancia. Si reca in bagno. Sento l’idromassaggio entrare in
funzione. Ne esce dopo circa un ora avvolta in un accappatoio bianco. Va in
cucina e traffica con le pentole. Prepara la cena.
“Vado a vestirmi. Tu intanto apparecchia la
tavola. Quando torno ceneremo.”
Quindici minuti dopo è di ritorno. La guardo.
Indossa una camicetta bianca ed una gonna nera larga. Il suo viso è disteso.
Aveva bisogno di rilassarsi con un bagno caldo. È bellissima.
“Vieni andiamo a tavola.”
Dopo cena mi invita a seguirla nel salone.
Trepidando la seguo. Ci sediamo sul divano. Mi prende la mani e fissa i suoi
occhi nei miei.
“Voglio che tu sia sincero; che tu mi dica la
verità. Cosa ti ha spinto questa notte a comportarti in quel modo? Non ti ha
sfiorato il pensiero che sono tua madre e che certe cose con me non puoi farle?
Ti ho aspettato per festeggiare la tua maturità scolastica e mi ritrovo con un
animale che cerca di violentarmi. Lo sai che esistono leggi che puniscono severamente
questi atti?”
È un fiume in piena. Sembra che stia facendo
un’arringa. La interrompo.
“Mamma non sei in un’aula del tribunale. Sei
a casa e stai parlando con tuo figlio. Primo: non sono un animale. Sono un
uomo. So benissimo che la società punisce atti come il mio. Ma sono leggi
dettate da uomini che, giustamente, proteggono la specie umana da deviazioni
genetiche. Sono leggi che però non tengono conto della natura. Tu sei una donna
bellissima. Certo, so bene che sei mia madre, ma sei anche una donna ed io stanotte
ti ho visto in quella veste.”
Tocca a lei interrompermi.
“E tu le donne le violenti?”
“È stato il mio errore. Ma non ce la facevo
più ad aspettare. Se ti avessi svegliato e ti avessi chiesto di voler fare
l’amore con te mi avresti concesso di entrare nel tuo letto?”
“Mi stai dicendo che tu hai desiderio di fare
sesso con me e che non è da questa notte che speri di farlo?”
“Sì, mamma. Sono anni che tu occupi la mia
mente. Non c’è momento che non ti vedo stretta fra le mie braccia e riempirti
di baci. Mamma, io ti amo.”
“Mi ami? Non può essere. Sono tua madre.”
“È vero sei mia madre e ti voglio bene ma amo
anche la femmina che è in te.”
“No, cucciolo. Chiudiamo qui la discussione.
Io non potrò mai farti entrare nel mio letto. Sarebbe immorale.”
“Ho visto giusto. È la morale che ti frena
dall’accoppiarti con me. Ti credevo più intelligente, ma anche tu sei preda dei
canoni della società cosiddetta perbene.”
Mamma mi fissa con una strana luce negli
occhi. Non apre bocca. Si alza e va via. Da quel giorno l’argomento non viene
più affrontato. Resta la tensione venutasi a creare fra noi due. I mesi
passano. Mi sono iscritto all’università. Ho scelto giurisprudenza. Voglio
seguire le orme del mio amore. Mamma riesce a celare magnificamente la sua
soddisfazione per la mia scelta. Un anno trascorre. Ho portato a termine tutti
gli esami previsti dal piano di studi. È estate. Mamma decide di andare in
vacanza. Diversamente dagli anni precedenti sceglie di andare in un isola della
Croazia. La cosa, abituato a trascorrere le vacanze nella nostra villa al mare,
mi sorprende non poco. Arriviamo sul posto dopo un giorno, tra aereo e
motoscafo, di viaggio. Prima di partire mia madre mi dice che lei ha prenotato
per due persone ma non ha detto che le persone sono madre e figlio. Pertanto mi
invita a mantenere il segreto della nostra parentela. Sono alquanto perplesso.
Perché non vuole che si sappia che sono suo figlio? Arriviamo sull’isola e
prendiamo possesso, come saprò in seguito, dell’unica villetta presente. Siamo
entrambi stanchi. Ci lasciamo andare sui letti e ci addormentiamo. Il mattino
dopo al risveglio mi accorgo che mamma non c’è. È già uscita. Vado in cerca di
lei. Arrivo sulla spiaggia formata da piccolissimi sassi. Non riesco a vederla.
Vedo una mano sollevarsi e farmi dei cenni. Mi avvicino e la vedo. Resto
allibito dallo spettacolo che mi si presenta. Sul lettino è distesa una donna
di rara bellezza. Porta degli occhiali scuri ed è praticamente nuda. A parte un
minuscolo e striminzito triangolo di stoffa che le copre la vagina e la foresta
di peli non indossa nient’altro. Le sue magnifiche mammelle sono due rotonde
colline che si ergono maestose sull’ampio torace. I suoi rosei e grossi
capezzoli, circondati da ampie aureole, si proiettano verso l’alto e sembrano
due missili pronti ad essere lanciati nello spazio. Le sue lunghe gambe sono
allungate sul lettino e leggermente divaricate. Si vedono ciuffetti di peli che
sbucano dai bordi del tanga. Sono imbarazzato. Mi guardo intorno e noto che non
c’è anima viva. Siamo solo noi due. Sono l’unico umano a godere delle bellezze
di mia madre. Apro la bocca per parlare ma un suo cenno mi zittisce. Mi
avvicino e mi piego sulle ginocchia.
“Mamma, ma come ti sei conciata?”
Non mi lascia proseguire.
“Ascoltami. Sono in vacanza e voglio
godermela tutta. Voglio fare cose che non ho mai fatto. E tu non me lo
impedirai. Vero?”
Senza distogliere gli occhi dalle sue nudità
balbetto:
“Non posso certo impedirti di fare quello che
vuoi, ma io sono un uomo e vedere una donna bella come lo sei tu, quasi nuda,
mi mette in ebollizione il sangue. I miei ormoni stanno impazzendo.”
“Ti stai eccitando a guardare tua madre?”
“Si, mamma. Ti prego copriti.”
Non mi da ascolto. Resto vicino a lei ancora
per pochi minuti poi vado via. Faccio ritorno alla villa dove tiro fuori il
cazzo e mi sparo una sega pensando a mia madre. E’ quasi ora di pranzo quando
mamma fa ritorno. Nonostante sia coperta da un pareo celeste le sue prosperose
forme si notano tutte. Il mio cazzo ha una nuova impennata.
“Mi vesto ed poi andiamo a pranzo.”
Lo chiama vestirsi. Ha indossato un camicione
che le arriva a metà gamba e completamente aperto sul davanti tanto che si
vedono abbondanti porzioni delle sue generose mammelle. Non ha indossato il reggiseno.
Una nuova sofferenza mi aspetta. Vengono a prenderci con lo scafo e ci portano
sulla terraferma. Pranziamo. Poi mamma prende accordi con il gestore affinché
tutti i giorni, a mezzogiorno ed alla sera, ci vengano serviti, sull’isola, e
il pranzo e la cena oltre agli ingredienti per la colazione: latte, miele,
burro e pane tostato. Prima di fare ritorno ci fermiamo al bar per un caffè e
poi riprendiamo verso il molo d’imbarco. Durante il tragitto mi prende la mano
e la stringe. Avvicina il suo corpo al mio e strofina una sua mammella contro
il mio braccio. La mia mente è partita. Se non la smette finirò per saltarle
addosso in piena luce e sotto gli occhi dei presenti la violenterò. Finalmente
siamo sul motoscafo. Sbarchiamo ed entriamo nel nostro antro. Siamo al centro
della stanza. Lei non ha lasciato la mia mano. Si mette di fronte. Mi prende
l’altra mano. Mi guarda.
“Vuoi sempre accoppiarti con tua madre? Hai
ancora il desiderio di fare l’amore con me?”
La guardo stralunato. Non posso crederci. Mia
madre mi sta chiedendo se ho voglia di fare all’amore con lei. Mi sta chiedendo
se desidero chiavarla. Ho un leggero capogiro. Ora capisco la vacanza
sull’isola e il perché mi ha chiesto di non palesare di essere madre e figlio.
“E me lo chiedi? Non ho mai smesso di sperare
di entrare nel tuo letto e di amarti come un uomo ama la sua donna.”
“Allora baciami come un uomo bacia la sua
donna. Da questo momento sei il mio amante.”
“Sei anche mia madre; questo non ti pone
problemi?”
“Non è un problema. Quando torno a casa dal
lavoro voglio che ci sia un uomo ad aspettarmi pronto a stringermi fra le sue
braccia e poco importa che quest’uomo sia mio figlio. Per un anno mi sono
tormentata sul fatto che sono tua madre. Il pensiero che mio figlio vede in me
non solo la donna che lo ha messo al mondo ma anche una donna da amare mi ha convinta.
Eccomi qui, pronta a soddisfare il tuo desiderio che è diventato anche il mio. Sei
il mio uomo e voglio che tu mi possieda.”
Lascio le sue mani e le circondo la vita con le
braccia. Le nostre teste lentamente si avvicinano. Le nostre bocche entrano in
contatto. Mamma dischiude le labbra e la mia lingua guizza in avanti andando a
penetrare la calda bocca della mia genitrice. È un bacio lungo e carico di
desiderio. Dopo diversi minuti smettiamo di baciarci.
“Amore, che ne diresti se riprendessimo il
discorso dal punto in cui lo interruppi quella notte?”
“Non l’hai dimenticato?”
“Come potrei? Può una mamma dimenticare che
suo figlio ha tentato di violentarla? Di una cosa ho rammarico ed è di non
averti lasciato continuare. Un anno è andato perso. Ma è venuto il momento di
riparare all’errore commesso. Vieni.”
Andiamo nella stanza da letto. Anita arrotola
la camicia fino ai fianchi e si distende sul letto; assume la posizione fetale
mettendo in mostra il suo fantastico culo. Non ha le mutande e quindi si vede
anche il folto cespuglio di peli che protegge la sua vagina.
“È così che mi trovasti la sera della tua
promozione?”
“Si mamma, è la posizione esatta.”
“E allora cosa aspetti? Vieni porta a termine
l’azione che iniziasti.”
Veloce mi spoglio e vado a sistemarmi dietro
mia madre. Con una mano accompagno il cazzo ad incontrare la vagina di mamma. Posiziono
il glande fra le grandi labbra e comincio a spingere. Anita incomincia a
miagolare.
“Dai, spingi. Fai piano, sono più di sei anni
che non prendo un cazzo in figa e da quello che sento il tuo deve essere un
mostro.”
Intanto la vagina di mamma sta secernendo
umori che vanno a lubrificare l’orifizio vaginale facilitando l’avanzata del
mio cazzo nel ventre materno. I miagolii di Anita si trasformano in lunghi
nitriti. La circondo con le braccia ed ancoro le mani alle grosse mammelle. Le
comprimo e le strizzo. Le mie dita artigliano i capezzoli. Li faccio roteare su
loro stessi torcendoli e strizzandoli. Sono talmente duri che sembrano due
bulloni di acciaio. Il mio cazzo è arrivato alla fine della corsa. Il mio
glande ha incontrato il suo utero. Il mio ventre ha urtato il suo culo. Un
piccolo grido mi annuncia che mamma ha avuto un primo piccolo orgasmo.
“Ecco, bambino mio. Sei arrivato in fondo.
Sento la testa del mostro spingere contro il mio utero. Mi sento come se mi
stessi spaccando in due. Non muoverti. Dammi modo di godere di questi attimi di
piacere.”
Non può essere vero. Sto certamente sognando.
Ho il cazzo che sta navigando nel ventre di mia madre. La sto chiavando. Mamma
contrae i muscoli vaginali e li preme sul mio alieno strappandomi un lamento di
piacere.
“Ti piace quello che ti sto facendo mio bel
porcellino?”
“Oh! Mamma è fantastico. È come se lo stessi
mungendo.”
Mi ha chiesto di non muovermi. Di stare
fermo. Non ha tenuto conto della mia poca capacità di resistenza. Mi
irrigidisco e vengo. Il mio cazzo, come
fosse un cannone, le spara nel ventre copiose bordate di sperma che vanno ad
infrangersi contro il suo utero.
“Scusami, mamma. Ma è troppo il desiderio di
riempirti la pancia del mio sperma che non sono riuscito a trattenermi.”
Anita dopo pochi minuti si sfila il cazzo
dalla figa e si gira verso di me.
“Non scusarti. Ti capisco benissimo. Ho
preteso troppo. Dovevo aspettarmelo. Adesso la mammina ti insegnerà come dare
piacere ad una donna e come gestire il tempo senza godere.”
P.S. Ogni riferimento a persone viventi o
decedute è puramente casuale. |